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“Le crepe della memoria” – Le inchieste di Daniele Biacchessi

150403 Effetto giorno

 
Le crepe della memoria
 
Le inchieste di Daniele Biacchessi
 

6 aprile 2009.

E’ la notte tra domenica e lunedì e fa freddo.
L’Aquila dorme, è immersa in sogni tranquilli, come tutte le città italiane.
Pochi, pochissimi camminano per la città.
Del resto è notte, tra poco ci si sveglia, si va in ufficio, a scuola, in macchina, a piedi, con gli autobus.
Si sente solo il rumore dei pneumatici di qualche auto e quello dei mezzi della nettezza urbana che pulisce le strade.Da lontano si ode il latrato dei cani.
Qualche semaforo è spento, il giallo in mezzo lampeggia, a tratti.

Dicono che in città è tutto normale. E invece no………

 
Sono le 3,32 minuti, 39 secondi.

Il terremoto è fatto così.

Non ha un’anima.
Tutto accade in pochi secondi.
Le grida, i volti scavati dalla paura e dal terrore, le labbra livide, il corpo disorientato da un equilibrio precario, la terra instabile che balla sotto i piedi.
Prima avverti un leggero vento caldo, senti nell’aria qualcosa che non riesci subito a decifrare, uno strano presentimento, quasi un lugubre presagio. 

Qualcuno vede le luci sismiche.

Le chiamano così gli scienziati.
Luci diffuse, nuvole arrossate, sfere luminose.
Altri notano un leggero abbassamento dell’intensità dei segnali radio e un aumento marcato dell’attività elettrica.
La terra scuote il tuo corpo e ti scopri impotente.
Puoi soltanto ripararti dal tiro incrociato dei cornicioni, dei pali della luce, delle strutture delle case che si sbriciolano, dalle crepe della terra.
Sei solo anche in mezzo a migliaia di persone che fuggono, ma non sanno dove vanno.
Aspetti con ansia che tutto finisca, rimediando rifugi in spazi aperti.
Le persone intorno a te mormorano frasi incomprensibili, si stringono, si abbracciano, poi si lasciano e ancora si uniscono.
Quindici, venti, ventuno, ventidue, ventitre secondi…ventitré secondi.
Ventitrè secondi diventano un’eternità e il frutto di una vita di sudore e lavoro si dissolve.
E dopo il terremoto scende un silenzio irreale, già ascoltato più volte in Friuli, in Irpinia, in Umbria.
Alla fine si contano i morti, tanti, troppi. 
309 vittime, oltre 1600 feriti e circa 65mila sfollati.

Sei anni dopo la ricostruzione va avanti. 

Le case che ci sono sono sufficienti ad ospitare gli attuali residenti. 
Altre non ne servono assolutamente, sarebbero solo uno spreco o un regalo a chi le costruisce. 
Quel che serve è un progetto di città.
E quello a oggi manca ancora. 

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