Radio24 | Il Sole 24 ORE

Carminati e il filo nero delle armi – Le inchieste di Daniele Biacchessi

Carminati e il filo nero delle armi – Le inchieste di Daniele Biacchessi

Sono le armi il filo nero che lega il passato e il presente di Massimo Carminati.
Sul finire degli anni Settanta, il capo della nuova mafia romana era affiliato ad una batteria della Banda della Magliana, quella dell’Eur. Nel gruppo criminale il suo ruolo era duplice:

da una parte garantiva il collegamento con l’area dell’eversione di destra, i Nar, dall’altra era l’uomo che conosceva meglio l’utilizzo di armi ed esplosivi.
Tra le molte vicende in cui Carminati viene coinvolto c’è l’omicidio del direttore dell’agenzia Mino Pecorelli, vicino agli ambienti del Sismi, i servizi segreti militari del tempo.
Nell’inchiesta, i giudici scrivono che le munizioni utilizzate per uccidere Pecorelli provengono da quel ristretto lotto di cartucce al quale appartengono anche i proiettili sequestrati presso il Ministero della Sanità a Roma e nella disponibilità, tra gli altri, proprio di Massimo Carminati.
Per quel delitto viene assolto insieme ad Andreotti, Vitalone, La Barbera, Calò.
Dallo stesso arsenale, secondo i magistrati, Carminati avrebbe prelevato mitra, valigetta e contenuto da utilizzare nel depistaggio sul treno Taranto-Milano per sviare le indagini sulla strage del 2 agosto 1980 a Bologna. Anche in questo processo Carminati viene assolto.
Il filo delle armi giunge ad oggi, alle ultime inchieste.
Nella lunghissima ordinanza cautelare del Giudice delle indagini preliminari Flavia Costantini, più volte Carminati e gli altri suoi sodali vengono citati.
Massimo Carminati e Riccardo Brugia detengono numerose armi acquisite illegalmente presso le rispettive abitazioni. Nelle intercettazioni parlano di almeno due Makarov calibro 9, 4 silenziatori, due Mp5, le micidiali pistole mitragliatrici prodotte dalla tedesca Heckler&Koch, numerosi giubbotti antiproiettile, mitragliatori Uzi.
Poi Carminati descrive a Brugia la metodologia con cui il suo abituale fornitore, certo Fabio, riesce a rendere legale il commercio delle armi attraverso un giro di false fatture prodotte nei dintorni di Cortina. Infine i due descrivono il sistema per nascondere nelle autovetture, pistole, mitragliatori e denaro per eludere possibili controlli da parte delle forze dell’ordine.
Le armi del gruppo non sono state mai trovate.
Avranno sparato? E contro chi?
di Daniele Biacchessi