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Vajont 50 anni fa. una strage di Stato

Vajont 50 anni fa. una strage di Stato
di Daniele Biacchessi

Tarda sera del 9 ottobre 1963. I programmi televisivi si interrompono. Sullo schermo appare un giornalista che legge le prime righe di agenzia. Notizie grame giungono da Longarone, Nordest d’Italia: «Poco fa, il monte Toc si è sbriciolato, la terra è caduta sulla diga del Vajont provocando un’onda lunga che ha travolto alcuni paesi. Longarone, il più popolato, ora non c’è più». Gli italiani guardano la televisione, ma le immagini in bianco e nero dell’incontro di calcio Rangers Glasgow-Real Madrid quasi svaniscono davanti all’enormità di quella notizia. Solo il giorno dopo, emerge con forza tutto il peso della strage del Vajont: 1.917 vittime stimate, 1.450 solo a Longarone, in soli quattro minuti.Una strage di Stato, iniziata trentacinque anni prima.Il 4 agosto 1928, il professor Giorgio Dal Piaz presenta la prima relazione sul bacino artificiale del Vajont. È convinto che la struttura della conca non presenti particolari problemi: «Le condizioni non sono peggiori di quelle che si riscontrano nella maggior parte dei bacini montani del Veneto». E così, nel gennaio 1929 la Società Idroelettrica Veneta devia il torrente Vajont per produrre energia elettrica. Arriviamo al 1940: scoppia la seconda guerra mondiale, ma il progetto non viene interrotto. La Sade, Società Adriatica di Elettricità, vuole costruire una diga alta 200 metri e un serbatoio dalla capacità di 50 milioni di metri cubi di acqua. . Nel 1957, la Sade modifica le dimensioni dell’invaso: secondo i tecnici può raggiungere 266 metri di altezza, mentre il serbatoio può arrivare a contenere almeno 150 milioni di metri cubi di acqua. Costo lordo: 15 miliardi di vecchie lire. Un terzo dei finanziamenti proviene da contributi governativi. Nel 1959 giunge il primo segnale di avvertimento: 3 milioni di metri cubi di roccia si staccano precipitando nell’invaso del Vajont e provocando la morte di un operaio.Nel 1960 il secondo: una frana di 700.000 metri cubi di roccia si stacca dalla parete del Monte Toc e cade nel bacino. Sul versante sinistro della valle compare una fessura di 2 chilometri e mezzo a forma di emme. La storia è già scritta. La frana lavora e come un tarlo modella la terra, la plasma e la trasforma. 9 ottobre 1963, 50 anni fa.Sono le 22:39 e la frana si stacca all’improvviso. Compatta, come fosse un unico blocco, rovina sull’acqua trattenuta dalla diga: 260 milioni di metri cubi composti da rocce, strade, alberi, terra. L’onda di 50 milioni di metri cubi si divide poi in due direzioni: da una parte distrugge le frazioni di Patata, San Martino, Frassen, Il Cristo; dall’altra supera la diga e rade al suolo Longarone e i paesi limitrofi. E alla fine si riversa a valle, nel Piave.
Di chi è la colpa? E qualcuno ha pagato per le sue responsabilità?Il 17 dicembre 1969, al tribunale de L’Aquila si conclude il processo di primo grado. L’accusa chiede, per tutti gli imputati, ventun anni per i reati di disastro colposo, omicidi plurimi e aggravati. Il tribunale infligge però condanne lievi, fino a un massimo di sei anni, di cui due condonati. E ci sono anche diverse assoluzioni. Le autorità giudiziarie non riconoscono il perno dell’accusa: quella frana era ampiamente prevedibile. Il 25 marzo 1971 la corte di Cassazione conferma il verdetto del processo di secondo grado, ma riduce le pene ad Alberico Biadene e Francesco Sensidoni, condannati rispettivamente a cinque anni e a dieci mesi di reclusione. In seguito a Biadene verranno condonati tre anni per problemi di salute.Il 27 luglio 2000, trentasette anni dopo, a palazzo Chigi viene firmato l’accordo di transazione per il risarcimento dei comuni danneggiati, in primis Longarone, e delle vittime. Enel, Montedison e Stato si suddivideranno ciascuno il 33% della somma dovuta.Per la strage del Vajont ad oggi esiste certamente una verità storica, ma non vi è stata alcuna giustizia.