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Umberto Ambrosoli, un uomo per perbene di Daniele Biacchessi

Umberto Ambrosoli, un uomo per bene
di Daniele Biacchessi

Non conoscevo Umberto Ambrosoli, fino al giorno in cui ha deciso di raccontare in pubblico nel libro “Qualunque cosa succeda” la storia di suo padre Giorgio Ambrosoli, ucciso da William Aricò, killer della mafia italo americana, su mandato del finanziere di Cosa Nostra Michele Sindona, l’11 luglio 1979, a Milano.
Quella storia la conosco bene, perchè quella sera di tanti anni fa mi recai da giovane cronista di nera in via Morrozzo della Rocca 1, poco dopo l’omicidio. Dal 2006 decisi di narrare la storia di Giorgio Ambrosoli anche in teatro, negli spettacoli “Storie d’Italia” e “Il paese della vergogna, storie di mafia”.
E’ una storia che dovrebbe entrare nei libri di testo delle nuove generazioni.
Una storia esemplare che vale per tutti.

È la sera dell’11 luglio 1979. L’avvocato Giorgio Ambrosoli è un uomo di poche parole, un professionista, riservato quanto basta.Da alcuni anni ricopre un ruolo importante, ma scomodo.È il liquidatore della Banca Privata Italiana del finanziere Michele Sindona.
Nel tempo svelerà i meccanismi dell’economia mafiosa, quella dei colletti bianchi, che si nasconde dietro società pulite, gestite da prestanome.
Gli affari sporchi della mafia politica, quella che non fa rumore, che agisce in silenzio. La mafia che non si scopre.

Milano si è svuotata e le ombre della sera sono avvolte da un caldo umido che non ti farespirare e ti penetra nei polmoni.
Sei amici. Si conoscono dai primi anni Settanta.Le mogli sono in vacanza con i bambini.Così decidono di vedersi, come ai vecchi tempi. Vanno a mangiare al ristorante. Giorgio Ambrosoli è stanco, turbato, ma quella sera sorride, è cordiale, allegro.
Alle dieci e mezzo i sei amici hanno finito di cenare. In televisione scorrono già le immagini dell’incontro di pugilato tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti.
Fanno a pugni per conquistare il titolo europeo dei pesi massimi.
La casa più vicina al ristorante è quella di Ambrosoli.
Ripartono in macchina.
Ora sono davanti al piccolo schermo nell’abitazione dell’avvocato, a vedere ilmatch.
Via Morozzo della Rocca numero 1.

Ambrosoli è contento. Una serata come quella era da tanto tempo che non la trascorreva.Ci si toglie la giacca, si slacciano le cravatte, ora gli occhi di tutti sono puntati su quei due atleti in calzoncini corti che si stanno picchiando.
Il pugilato distrae: la mente di Giorgio Ambrosoli per un attimo si allontana da quei pensieri che lo assillano ormai da troppo tempo.
Un montante secco stordisce Righetti.
Gli occhi fissi sullo schermo, e intanto tornano i ricordi. La memoria si dilata, nel tempo.

1971. Il governatore della Banca d’Italia Guido Carli convoca Giorgio Ambrosoli.Gli affida l’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona.
Pochi mesi prima, dalle indagini sui conti correnti di Sindona, erano emerse gravi irregolarità e strane operazioni bancarie per miliardi di vecchie lire. Sindona è assai potente, ha appoggi internazionali, estimatori nel governo.
Ma Ambrosoli va dritto per la sua strada, cerca la verità. A ogni costo.
La società Fasco di Sindona è una società che ne contiene altre.
Come nel gioco delle scatole cinesi. E in questo enorme cavallo di Troia si nascondono flussi di denaro sporco, proveniente dal narcotraffico, e altri affari illegali.Centinaia, migliaia di miliardi.
Ambrosoli fa il suo lavoro, fino in fondo. Scioglie il consiglio di amministrazione della Fasco.
Non accetta i progetti di salvataggio di Sindona proposti da politici e faccendieri. Accanto a lui c’è Silvio Novembre, maresciallo della guardia di Finanza. Arrivano le minacce.

Zanon e Righetti si stanno picchiando forte. Il posacenere tracima di mozziconi di sigaretta.
La tensione per l’incontro è alta. I sei amici urlano, la casa sembra il palazzetto dello sport di Rimini.
L’incontro finisce in parità e il titolo di campione europeo resta a Zanon.
È mezzanotte e squilla il telefono. L’avvocato alza la cornetta.
Dall’altra parte, nessuno parla. Tutto il silenzio di una linea telefonica collegata investe i nervi dell’avvocato.
Poi l’anonimo mette giù. Di colpo. Clic.

Ambrosoli scende in strada, saluta due degli amici. Torneranno a casa a piedi. Sulla vettura dell’avvocato salgono gli altri tre. Li accompagna a casa. Poi torna indietro,parcheggia la sua Alfetta blu davanti all’abitazione.
Scende dalla macchina, sta per chiudere la portiera.
Sente una voce sottile che giunge alle sue spalle.
«Il signor Ambrosoli?»
L’avvocato si gira. «Sì, sono io.»

Tre colpi di Magnum 357 spengono la vita di Giorgio Ambrosoli, il passo di un servitore dello Stato.
I tribunali accerteranno che William Aricò, killer della mafia italoamericana uccide Giorgio Ambrosoli su mandato esplicito di Michele Sindona. Ambrosoli viene fermato perché rappresenta lo Stato delle regole e della legalità. E questo molti anni prima di Mani pulite.

Ecco perchè ho giudicato in modo positivo la scelta di Umberto Ambrosoli di sfidare il potere politico, affaristico e clientelare che ha governato fino ad oggi la Regione Lombardia.
Perchè Umberto Ambrosoli é un uomo perbene.
Perchè, come scriveva Pierpaolo Pasolini nel suo celebre “Io so”, è uno di noi, cioè “un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.”