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Le crepe della memoria di Daniele Biacchessi

Le crepe della memoria

di Daniele Biacchessi

testo dello spettacolo “le crepe della memoria” in memoria delle vittime del terremoto in Abruzzo, scritto un anno prima della sentenza che ha condannato i responsabili dei Grandi rischi per la mancata prevenzione del sisma del 2009.

6 aprile 2009.

E’ la notte tra domenica e lunedì e fa freddo.

L’Aquila dorme, è immersa in sogni tranquilli, come tutte le città italiane.

Pochi, pochissimi camminano per la città.

Del resto è notte, tra poco ci si sveglia, si va in ufficio, a scuola, in macchina, a piedi, con gli autobus.

Si sente solo il rumore dei pneumatici di qualche auto e quello dei mezzi della nettezza urbana che pulisce le strade.

Da lontano si ode il latrato dei cani.

Qualche semaforo è spento, il giallo in mezzo lampeggia, a tratti.

Dicono che in città è tutto normale.

I piumoni caldi e le coperte avvolgono le persone nei letti.

E’ tutto normale.

Qualcuno russa, altri fanno l’amore.

E’ tutto normale.

Le radiosveglie contano in silenzio i secondi dei minuti, sono puntate sulle ore 7.

E’ tutto normale.

Le luci degli appartamenti sono quasi tutte spente.

E’ tutto normale.

Solo qualche abat- jour lasciata accesa da chi non riesce a chiudere occhio e legge un libro.

E’ tutto normale.

Prima o poi la stessa scena si ripeterà, come un film già visto.

E’ tutto normale.

Prima o poi si spegnerà quella debole luce, come ogni notte.

E’ tutto normale.

Altre luci si accenderanno tra alcune ore, all’alba.

E’ tutto normale.

Perché tra poco è un altro giorno, il primo della settimana, quello più difficile, quello in cui tutto sembra ricominciare da capo.

E’ tutto normale.

I giornali stanno arrivando alle edicole.

E’ tutto normale.

Le radio diffondono le notizie del giorno.

E’ tutto normale.

Turchia: no di Sarkozy a Obama.

E’ tutto normale.

La Corea lancia il missile e sfida il mondo.

E’ tutto normale.

Franceschini: “premier nervoso, fine di un ciclo”

E’ tutto normale.

Sul web gli stipendi dei dipendenti pubblici.

E’ tutto normale.

Eternit, si apre il processo, oltre duemila le parti lese.

E’ tutto normale.

La protesta dei poliziotti: tagli a noi, soldi alle ronde.

E’ tutto normale.

A Roma lite in discoteca, un giovane è grave.

E’ tutto normale.

Uno studente su dieci usa gli psicofarmaci.

E’ tutto normale.

L’Inter vince e allunga il passo, Juve staccata a -9.

E’ tutto normale.

La storia procede per catastrofi, saggezza è saperle gestire, scrive un quotidiano.

Dicono che in città è tutto normale.

E’ tutto normale.

E’ tutto normale.

E’ tutto normale.

6 aprile 2009.

E’ la notte tra la domenica e il lunedì.

E’ tutto normale.

E invece no………

Sono le 3,32 minuti, 39 secondi.

Dormivo.

Come molti, avevo fatto spallucce all’ennesima scossa da dicembre, poco prima delle 23, dopo aver imprecato, io interista, per il doppio gol del Milan nel finale.

“Lella- dico a mia moglie- che botta! La piccola Camilla dorme? Non s’è svegliata, meno male: è così stressata da tutte queste scosse. “

“Beh, allora andiamo a dormire pure noi: se proprio dobbiamo, moriremo nel sonno.”

Lasciai accesa la luce della cucina, non si sa mai, meglio vederci un po’.

E mi addormentai.

Fino al risveglio nel sussulto impazzito di tutte le cose, nel rumore assordante che penetrò nel corpo e nella mente, e vi rimarrà a lungo.

Era buio, persi l’orientamento nella mia camera, andai verso l’armadio per prendere un cappotto, sbagliai direzione, percepivo con le mani tessuti leggeri mentre volevo roba pesante, seguitavo a tastare a vuoto nel buio, non trovavo quello cui avevo bisogno.

In piedi, quasi priva di sensi, subivo la scossa più violenta.

Poi ci fu luce, all’improvviso, non ricordo come, e vidi tutta la roba dell’armadio per terra, presi la prima cosa che mi venne in mano, un impermeabile.

Presi la chiave di casa, ed attraversai il soggiorno, libri a terra, oggettini di porcellana, stupidini ed amatissimi, in frantumi sul pavimento.

Afferrai due portafotografie con le foto dei miei figli, ed uscii sul pianerottolo, scesi le scale, e vidi che il portone d’ingresso non si poteva aprire con la chiave.

Si era incastrato tutto, qualcuno stava tentando di rompere le vetrate infrangibili. Veramente infrangibili, per aprire un varco ci volle tanto tempo, e finalmente uscimmo carponi, badando di non ferirci con i vetri in frantumi.

Trovai rifugio in una delle macchine dei vicini, parcheggiata su un prato poco più su di casa mia, lì aspettammo che si facesse giorno.

Vedevo il muro che mi cadeva addosso.

È una sensazione difficile da spiegare, come se una forza malvagia ti bloccasse e ti dicesse: “Tu rimani qui sotto”.

Quei secondi sono durati un’infinità.

Ho pensato che non sarei uscita viva da quella casa.

Alle 3 e 32 mi sono svegliato vedevo la casa che tremava, scricchiolava, sono sceso subito dal letto appena si è calmata un po’ la situazione, mentre cercavo di mettermi sotto una colonna portante è caduto l’ intonaco, ero scalzo insieme ai miei genitori, tutto era per terra, vetri da tutte le parti.

Abbiamo trovato un po’ di vestiti per casa e lì abbiamo indossati.

Subito dopo ci è stata una scossa di magnitudo debole ma la si è sentita.

Siamo scesi dalle scale tenendoci per mano facendo attenzione al soffitto, appena usciti da casa abbiamo visto i muri lesionati, mai abbiamo vissuto una esperienza così drammatica, le case che avevamo davanti agli occhi erano lesionate, i primi piani sono stati i più i più colpiti, si riusciva a vedere all’ interno di una costruzione, letti, computer, televisori e tanti altri oggetti di uso quotidiano.

Di fronte casa c’ era una piccola piazza, la maggior parte delle persone si erano ritrovate lì, non c’ era distinzione eravamo tutti amici, anche se non ci conoscevamo eravamo uniti da una vicenda che ha reso tutti uguali senza distinzione.

E’ stato terribile.

La casa ha lungamente oscillato e sembrava non doversi fermare mai.

Inoltre le oscillazioni erano veramente ampie.

Mai vista una cosa del genere.

Al quinto piano nel centro di Roma.

Abito da sola ed ho cercato disperatamente di mettermi in contatto con i vigili e con il 112 ma era sempre occupato.

Intorno a me tutto era silenzioso e nessuna finestra si è illuminata.

Scendere per strada nel quartiere significa non sapere dove andare: tutte le strade sono strette e non ci sono nelle vicinanze spazi aperti.

Ho passato la notte sotto l’unico architrave della mia casa.

Il terremoto è fatto così.

Non ha un’anima.

Tutto accade in pochi secondi.

Le grida, i volti scavati dalla paura e dal terrore, le labbra livide, il corpo disorientato da un equilibrio precario, la terra instabile che balla sotto i piedi.

Prima avverti un leggero vento caldo, senti nell’aria qualcosa che non riesci subito a decifrare, uno strano presentimento, quasi un lugubre presagio.

Qualcuno vede le luci sismiche.

Le chiamano così gli scienziati.

Luci diffuse, nuvole arrossate, sfere luminose.

Altri notano un leggero abbassamento dell’intensità dei segnali radio e un aumento marcato dell’attività elettrica.

La terra scuote il tuo corpo e ti scopri impotente.

Puoi soltanto ripararti dal tiro incrociato dei cornicioni, dei pali della luce, delle strutture delle case che si sbriciolano, dalle crepe della terra.

Sei solo anche in mezzo a migliaia di persone che fuggono, ma non sanno dove vanno.

Aspetti con ansia che tutto finisca, rimediando rifugi in spazi aperti.

Le persone intorno a te mormorano frasi incomprensibili, si stringono, si abbracciano, poi si lasciano e ancora si uniscono.

Quindici, venti, ventuno, ventidue, ventitre secondi…ventitré secondi.

Ventitrè secondi diventano un’eternità e il frutto di una vita di sudore e lavoro si dissolve.

E dopo il terremoto scende un silenzio irreale, già ascoltato più volte in Friuli, in Irpinia, in Umbria.

Alla fine si contano i morti, tanti, troppi.

Ci sono silenzi così pieni di rumori che spesso si annullano a vicenda.

Frasi, azioni, gesti, sguardi.

All’Aquila la vita si è congelata, ibernata, come quelle statue di gesso che non hanno colore, stanno lì immobili, ti guardano, non hanno più un’anima ma parlano.

Cosa contengono ventitre secondi di tempo durante un terremoto?

Ci sono silenzi in cui le parole non dette suonano ancora più forte.

Frasi che risuonano nella testa, chiare e rotonde, pizzicano in gola, sul fondo della lingua, premono forte sulla laringe e schioccano, sonore e senza voce, contro il palato.

Silenzi in cui le parole si trasformano in urla soffocate.

Come vite sospese che non sono più corpo e spazio.

D’inverno, ci sono mattine fredde e livide in cui un urlo è più acuto e veloce di un giorno di nebbia fitta.

D’estate ci sono certe giornate di primo agosto, limpide, calde, dove non c’è ragione, non c’è proprio ragione perché un urlo non possa fare lo stesso.

E sul mare, quando il sole si riflette sull’acqua, sulla spiaggia giungono le voci di barche lontane alcune miglia, un urlo corre sul riverbero e salta come i sassi lanciati sulle onde.

Quell’urlo lontano, straziante, indifeso, giunge il 6 aprile 2009 dall’Aquila come un fischio acuto.

E compie il giro d’Italia, d’Europa, del mondo.

In molti lo percepiscono, forte e chiaro, potente come una bomba.

Nulla sarà più uguale a prima.

L’Aquila, 6 aprile 2009.

Sono le 3,32 minuti, 39 secondi.

Scala Richter 5,9.

Epicentro: L’Aquila, Tornimparte, Lucoli.

Profondità 8,8 chilometri.

Migliaia di case inagibili.

Gran parte delle chiese lesionate.

Gran parte delle attività produttive in ginocchio.

Il quinto terremoto più distruttivo in Italia.

309 vittime, 1500 feriti, 200 gravissimi, 65000 sfollati.

309 vittime.

Nomi comuni che puoi incontrare in un supermercato, a scuola, in autobus, in trattoria, in discoteca, ad un concerto.

Nomi e storie comuni.

Vite spezzate dalle crepe del terremoto, ma non dalla nostra memoria.

Lorenzo Cini giova a basket nella squadra di serie B del suo paese, Montorio al Vomano.

La sua fidanzata era Arianna Pacini. Sono morti insieme nel crollo della casa aquilana, a ridosso del centro storico.

Matteo Vannucci, laureato in Lettere, era di Tortoreto Lido.

Amava la letteratura.

Il suo corpo è stato trovato sotto le macerie dell’appartamento in cui abitava, raso al suolo dal terremoto.

Alessio Di Simone veniva da Penne, in provincia di Pescara.

Si era trasferito a L’Aquila per studiare ingegneria.

Lo hanno trovato sotto la Casa dello Studente.

Insieme ad altri otto ragazzi.

Giuseppe Chiavaroli era centrocampista del Lauretum, la squadra di Loreto Aprutino.

Ilaria Rambaldi di Lanciano studiava Ingegneria edile, stava per laurearsi: aveva il sogno di costruire case belle, comode, sicure.

Le sorelle Genny e Giusy Antonini di Controguerra, nel Teramano studiavano Biotecnologie eInfermieristica.

Sono morte nell’appartamento che dividevano in via Campo di Fossa.

Martina Salcuni, 21 anni da pochi giorni, studentessa di Lanciano, figlia di un pugliese di Lucera.

Marco Cavagna era arrivato da Bergamo.

Capo squadra dei Vigili del fuoco, il più esperto, il più capace, il più coraggioso.

Si è sentito mancare l’aria, ma non era polvere.

Un attacco di cuore lo ha ucciso mentre stava salvando vite umane.

Federica Moscardelli studiava Medicina all’università dell’Aquila e intanto, nel suo paese, faceva volontariato in un gruppo religioso.

Alice Dal Brollo, mezza valsesiana e mezza bergamasca.

Studiava Scienze dell’investigazione a L’Aquila.

Danzava, andava a cavallo, sorrideva.

Lorenzo Sebastiani era un rugbista, giovane promessa dell’Aquila.

Aveva anche indossato la maglia azzurra ai mondiali Under 21.

I suoi compagni lo hanno onorato mettendo la loro forza e la loro rabbia al servizio dei soccorsi.

Domenico e Maria Paola Parisse.

Il loro padre Giustino Parisse, vicecaporedattore della redazione aquilana del giornale «Il Centro» ha dettato la notizia peggiore che gli potesse capitare nella sua vita.

Maria Urbano e Carmen Romano erano amiche da sempre: cresciute assieme in due paesi della provincia di Benevento avevano deciso di studiare assieme all’Aquila.

E assieme avevano trovato un appartamento.

Carmelina Jovine si era già laureata in Psicologia a L’Aquila, ma le mancava ancora il biennio di specializzazione.

Così si era presa una casa in affitto, in centro.

L’hanno trovata lì, sotto le macerie.

Hussein Hamada era nato e cresciuto in un villaggio della Galilea, nel Nord d’Israele.

Da due anni studiava all’Aquila.

Vittorio Tagliente voleva fare il giornalista.

Avrebbe voluto diventare prima un cronista di nera.

Poi un ingegnere.

Alla redazione locale del Tempo lo ricordano sempre carico di energia, in sella al suo motorino a caccia di notizie, impegnato a limare un pezzo al suo computer.

Guido Zingari era professore di filosofia del linguaggio all’università di Roma Tor Vergata, tra i maggiori esperti ti filosofia tedesca in Italia.

E molti, molti, troppi nomi ancora.

Nomi comuni che puoi incontrare in un supermercato, a scuola, in autobus, in trattoria, in discoteca, ad un concerto.

Nomi e storie comuni.

Uomini e donne erano tutti intenti……… a vivere

Vite spezzate dalle crepe del terremoto, ma non dalla nostra memoria

Si poteva prevedere il terremoto dell’Aquila?

Di chi sono le responsabilità?

Qualcuno ha pagato per 309 vittime e 1600 feriti?

All’Aquila si avvertono scosse sismiche dal 14 dicembre 2008.

Lo sanno tutti.

Sono scosse di breve e di forte intensità.

Lo sanno tutti.

La popolazione è preoccupata e terrorizzata.

Lo sanno tutti, soprattutto gli aquilani.

Nelle 48 ore successive alla scossa delle 3,32 del 6 aprile 2009, i sismografi registrano 256 scosse, molte sono fortissime.

Lo sanno tutti.

La zona colpita dal terremoto si trova sulla dorsale appenninica.

Lo sanno tutti.

Sono i luoghi d’Italia dove spesso la terra trema.

Lo sanno tutti, eh….

La terra trema fin dalla notte dei tempi.

Lo sanno tutti…certo…

La zona intorno all’Aquila è classificata a livello 2 della scala di riferimento del rischio sismico.

Lo sanno tutti….ovvio…

Rischio sismico….non c’è bisogno di essere degli studiosi e degli scienziati.

Lo sanno tutti.

E invece……

Seguiamo la traccia.

Siamo nel 1999. Dieci anni prima del terremoto.

Il titolo del rapporto si intitola «Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia».

Un anno e tre mesi circa di studio per formulare le graduatorie di 42.106 edifici pubblici.

Lo studio è firmato da Franco Barberi all’ epoca sottosegretario alla Protezione civile.

I paesi e le città dell’ Abruzzo vengono censiti tenendo conto della zona sismica nella quale sono inseriti.

Avezzano, il comune più grande tra quelli in fascia A, ovvero ad alto rischio sismico, ha le carte in regola.

L’ Aquila è invece un comune «arancione», ovvero di fascia B.

E in quel settore è l’ unica città ad avere i conti in disordine.

Solo a guardare gli edifici in muratura, i più antichi, se ne trovano dieci a rischio «alto» o «medio-alto».

Ci sono tutti quelli crollati.

Il Conservatorio, la Prefettura, le due sedi universitarie, la Biblioteca provinciale, l’ ex Accademia, e altri ancora.

Tutti giudicati «ad alta vulnerabilità» nel caso di terremoto.

La nostra traccia si dipana.

Giampaolo Giuliani, ricercatore ai laboratori del Gran Sasso dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, mette a punto un sistema in grado di prevedere i terremoti.

Prima del big ben dell’Aquila, lo strumento da lui creato rileva la presenza massiccia di precursori dei terremoti nella zona di Sulmona, attraverso i livelli di radon liberati dalla terra.

Poi il sisma non si verifica e Giampaolo Giuliani viene denunciato per procurato allarme.

Ma le sue previsioni non sono errate, soltanto anticipate.

La traccia prosegue.

E’ la sera del 12 marzo 2009.

Manca meno di un mese al Big One dell’Aquila.

Il funzionario Fabrizio Curcio chiama Guido Bertolaso:

“Volevo solo avvertirla che… c’è di nuovo quello scemo che ha iniziato a dire che stanotte ci sarà il terremoto devastante”.

Al telefono risponde Guido Bertolaso:

“Ma chi è questo?”.

Va avanti Fabrizio Curcio:

“Questo è Giuliani che ogni tanto se ne esce con queste dichiarazioni”.

E Bertolaso replica:

“Ma che stai dicendo? Succede una cosa del genere, uno lo denuncia per procurato allarme e viene… viene massacrato”.

Così Gianpaolo Giuliani viene messo da parte….massacrato….

Da anni, da mesi, si avvertono micro scosse telluriche e non scatta alcun piano di emergenza?
Perché?

Perché la Protezione Civile italiana è così tanto sicura che il terremoto non si possa verificare?

Andiamo avanti.

C’è uno studio firmato da Giuseppe Grandori professore emerito, e da Elisa Guagenti. ex professore ordinario del Politecnico di Milano.

“Prevedere i terremoti: la lezione dell’Abruzzo”.

Quella dei due professori è un’analisi precisa, puntuale, documentata.

I responsabili della Protezione Civile non hanno tenuto conto che “la regione dell’Aquilano risulta, fra le 20 regioni considerate, quella con la maggiore probabilità di un forte evento nel ventennio 1995/2015″.

I responsabili della Protezione Civile non hanno tenuto conto che “presenza di danneggiamenti alle ricostruzioni provocata dalle scosse di scarsa magnitudo dei giorni precedenti induceva a ritenere particolarmente pericoloso un eventuale forte terremoto”.

I due studiosi sostengono che la Protezione civile avrebbe dovuto individuare dei luoghi di raccolta, organizzare l’evacuazione dagli ospedali, provvedere all’abbandono delle case danneggiate, ordinare l’arrivo di mezzi di trasporto.

Insomma, la protezione avrebbe dovuto proteggere i cittadini.

Ma non l’ha fatto. Perché?

La nostra traccia non si ferma.

31 marzo 2009, sei giorni prima della grande scossa.

Si tiene la riunione della Commissione Grandi Rischi, a L’Aquila.

Secondo il geologo Antonio Moretti dell’Università degli Studi dell’Aquila, la Protezione Civile “non ha tenuto conto dello sciame sismico in corso da mesi per il quale si erano distintamente evidenziate nell’ultimo mese scosse premonitrici (foreschock) localizzate sempre sulla stessa struttura, a profondità via via maggiori e di intensità e frequenza crescenti.”

E’ finita?

Enzo Boschi, uno dei massimi esperti di terremoti in Italia, nella riunione della Commissione Grandi Rischi, denuncia l’assenza di una discussione sulle misure da intraprendere, la conclusione prematura.

E’ finita?

No, si avanti.

Oltre l’inganno c’è pure la beffa.

Se fosse un pezzo teatrale sarebbe una commedia horror.

Per raccontarvi questa telefonata intercettata dai carabinieri l’arte non serve più.

Perché la realtà supera la finzione.

E’ il 6 aprile 2009.

Da una parte si sente la voce dell’ imprenditore Francesco De Vito Piscicelli.

Dall’altra quella del cognato Pierfrancesco Gagliardi.

Piscicelli è pronto a sbarcare in Abruzzo con la sua impresa edile ”Opere pubbliche e ambiente spa”, sede legale via Margutta 3 Roma, in società nel “ Consorzio Stabile novus”.

Piscicelli è amico di Angelo Balducci e Fabio De Santis, gli ex-vice di Bertolaso, coinvolti nell’inchiesta sulla cricca della Protezione civile.

A pochi giorni dal terremoto dell’Aquila pensano solo a come speculare sugli appalti:

Piscicelli: si
Gagliardi:…oh ma alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito…non è che c’è un terremoto al giorno
Piscicelli..no…lo so (ride)
Gagliardi:…così per dire per carità…poveracci
Piscicelli:..va buò ciao
Gagliardi:…o no?
Piscicelli:…eh certo…io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro il letto
G:…io pure…va buò…ciao.

Pensate sia finita?

No che non è finita.

E’ il 9 aprile 2009.

Tre giorni dopo il terremoto.

I carabinieri continuano ad ascoltare le telefonate di Piscicelli e Gagliardi.

Piscicelli: … ma già mi hanno chiamato a me…
Gagliardi: … ma veramente?
Piscicelli: … sì, la prossima settimana devo dare sei escavatori… venti camion.
Gagliardi: … li devi dare?
Piscicelli: sì.
Gagliardi: … così.
Piscicelli: … sì, così funziona nelle emergenze… tutto in economia.
Gagliardi: … ah! glieli dai e poi dopo si fa in economia… cioè tot ore, tot al giorno.
Piscicelli: sì, sì, sì.
Gagliardi: ah.
Piscicelli: questo per le emergenze.
Gagliardi: uhm, uhm, certo lì adesso ci fanno carne di porco lì.
Piscicelli: ah là c’è da ricostruire dieci anni.

Quello che andato in scena in Abruzzo è un brutto film già visto in Friuli, Irpinia, Umbria, ovunque ci sia stata una catastrofe naturale nel nostro paese.

La scarsa prevenzione, i piani di emergenza mal funzionanti, le strutture della Protezione Civile che giungono in ritardo di ore.

E ancora le promesse dei politici mai mantenute, la ricostruzione tardiva, i fiumi di denaro mai arrivati alla popolazione, perfino le tangenti e l’ombra inquietante della criminalità organizzata come dimostrato in Irpinia, come emerge dalle inchieste sulla ricostruzione dell’Aquila.

Restano la rabbia e il dolore, e la solidarietà che scatta ogni volta che accadono disgrazie.

E’ la brava gente italiana che si rimbocca le maniche, che ricostruisce, mentre il sonnecchioso pachiderma statale si inventa il business della ricostruzione e ride e ingrassa alle spalle dei cittadini.

No, non basta il denaro
per sanare questa ferita profonda
della mia verde terra

Non donerò moneta
alla città de l’Aquila
che ieri è caduta a terra,
con le ali spezzate

Porterò due braccia
per sollevare detriti

Porterò due mani
per fugare macerie

Porterò due occhi e due orecchi
per vedere ed ascoltare

Per sperare di trovare ancora
delle vite sepolte.

E’ una delle tante poesie scritte in ricordo del terremoto dell’Aquila.

E’ la nostra memoria, non disperdiamola.

Raccontiamola soprattutto ai più giovani.

Perché nulla vada mai dimenticato, grazie.