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Il nonno e la memoria di Daniele Biacchessi

Il nonno e la memoria

di Daniele Biacchessi

Dallo spettacolo “Orazione civile per la Resistenza” in tour italiano dal 2011

Una sera, al termine di uno dei miei spettacoli, una giornalista mi ha rivolto questa domanda: «Cosa vuol dire teatro narrativo civile?».

Non deve aver dormito tutta la notte. Certi giornalisti sono così.

E’ come chiedere ad un pasticcere “Cosa vuol dire fare i pasticcini”?, oppure ad un falegname “Cosa vuol dire fare i tavoli?”

Certi giornalisti non ce la fanno. Comunque io ci ho pensato, e gli ho risposto attraverso una storia.

Accadeva molti anni fa dalle mie parti, sull’ appennino tosco-emiliano, non lontano da  Monte Sole e Marzabotto, di sera. Tutti i sabati andava in scena la saga del gnocco fritto. Avete presente la pasta del pane fritta? La tavola era imbandita, la nonna era in cucina e preparava il gnocco.

Noi invece eravamo una brigata di rompicoglioni, correvano e gridavano. Intanto gli uomini giocavano a carte e non facevano un beato cazzo di niente. Il camino era sempre acceso e si sentiva un forte odore di legna bruciata.  E al nonno dicevamo: “siamo in agosto e siamo sudati come dei maiali, dobbiamo tenere sempre acceso sto’camino?”.

E lui urlava come un pazzo: “No, deve essere acceso perché la legna è come le nostre parole”. Allora a nostra madre chiedevamo se ci fosse uno bravo, ma veramente molto bravo a curare il nonno.

A un certo punto la nonna e le altre donne portavano enormi vassoi: il gnocco fumava, c’erano porzioni abbondanti di salumi e formaggi, enormi bacili di insalata, il pane appena sfornato.

Il nonno usciva lento dalla cantina, aveva tra le mani due bottiglie di vino rosso.

Poi si sedeva a capo tavola. E noi alzavamo sempre più la voce, indisciplinati, rompicoglioni, come quelle moschine che d’estate non ti danno pace, che ti scivolano in bocca mentre tu sei lì sul divano a dormire:

Del resto per essere dei rompicoglioni con la patente da rompicoglioni bisogna mettercela tutta, soprattutto bisogna avere un nemico.

E il nostro nemico era il nonno, era perfetto.

Appena finito di mangiare il nonno si alzava dalla sedia e si piazzava in un divano vicino al fuoco, gli uomini sparecchiavano, le donne lavavano i piatti. Il nonno accendeva la pipa, poi prendeva un bicchiere e si versava la grappa, guardava noi e, con voce forte, diceva: «Allora…».

Il nonno si metteva davanti al camino e si faceva illuminare dal fuoco come Marlon Brando in Apocalypse Now, quando continuava a ripetere la stessa frase: “orrore…orrore”. E noi dicevamo: “Nonno adesso ci fai paura”..

Iniziava così una storia del passato, quando sul crinale dell’ appennino si combatteva una guerra. Prato liberata dagli americani, Bologna ancora in mano ai nazifascisti, e in mezzo c’erano i partigiani del gruppo Stella Rossa.

E dicevamo: “Nonno, ma è possibile che con tutte le storie che finiscono bene, che ce ne sono tante, sempre quella che finisce con i bambini fucilati?”.

Il nonno andava avanti con il suo racconto.

Descriveva in modo minuzioso le serate a lume di candela passate ad ascoltare clandestinamente i messaggi in codice di Radio Londra, lo scalpiccio di stivali dei soldati nazisti sulla ghiaia delle strade di Marzabotto e di Montesole, fuori dalle case, il vento forte che passava tra i vetri, gli spari, le urla, la morte.

Il nonno raccontava di quando i soldati nazisti della 16esima divisione PanzerGranadier circondarono una vasta area tra i fiumi Reno e Setta. Mentre salivano bruciavano le case, le persone che uscivano venivano trucidate davanti all’uscio. E poi non era finita. Perché le persone impaurite risalivano il monte verso San Martino, verso la chiesa di Casaglia.

Lì il maggiore Walter Reder detto il monco ordinò ad un soldato di entrare nella chiesa e uccidere il parroco Don Ubaldo Marchionni. E poi non era ancora finita. I fedeli uscivano dalla chiesa e si trovavano davanti i mitragliatori. Qualche ragazzino si lanciò nel dirupo o si nascose nei cespugli. Altri vennero accompagnati al cimitero di Casaglia dove, se andate e portate i vostri figli, troverete delle croci di ferro bucate da pallottole a venti centimetri, per colpire i bambini che si nascondevano dietro ai corpi dei loro genitori.

Ma alcune volte il nonno si dimenticava se la sera prima di quel…29 settembre 1944 c’erano le stelle oppure pioveva, tanto che dicevamo: “nonno, facciamo così, fai un’assemblea con te stesso, nomina una maggioranza e un’opposizione, poi ci dici se il 28 settembre 1944 c’erano le stelle oppure pioveva”

Ogni sera la storia che il nonno raccontava era così uguale ma così diversa. C’era sempre un elemento in più che rendeva il suo racconto affascinante e mai noioso: un taglio di luce particolare, un gioco di ombre, un temporale, il chiarore delle stelle, un odore, soprattutto la passione. Fino a quando quelle storie saranno raccontate alle generazioni future ci sarà memoria. Se il filo si spezza, si perde la conoscenza del passato, non si comprende il presente e non si potrà vivere il futuro.

Ecco perché anche noi facciamo teatro e musica d’impegno civile.

Per non dimenticare.

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