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Lettera a Marco Tullio Giordana di Daniele Biacchessi

Lettera a Marco Tullio Giordana

di Daniele Biacchessi

Caro Marco Tullio,sono un giornalista, scrittore (23 libri alle spalle), autore e interprete di teatro civile, appassionato di storia e memoria italiana quanto te.

Il tuo ultimo film “Romanzo di una strage” ripropone la tesi sulla doppia bomba sostenuta già da Paolo Cucchiarelli nel libro “Il segreto di piazza Fontana”, da cui ti ispiri liberamente.
Quindi secondo te la strage viene ideata dal gruppo veneto di Ordine Nuovo  e la bomba viene preparata dai finti anarchici -in realtà fascisti- e consegnata a Pietro Valpreda da provocatori di cui egli si fida in modo ingenuo.
All’anarchico viene raccontato che la bomba serve ad un attentato dimostrativo, azionata da un timer a due ore, in modo da esplodere a banca chiusa, senza fare vittime. Invece, il timer ha una corsa di soli 60 minuti per esplodere a banca ancora aperta. Un fascista piazza a fianco a quella di Valpreda, un’altra borsa con una seconda bomba azionata a miccia.

La tesi non sta in piedi. E ti spiego perché attraverso cinque verbali  pubblicati nel mio libro “Ombre nere” (Mursia, 2001), undici anni fa, ben prima del tuo film, alla base dell’ultimo processo. Ti ricordo che nell’ultima sentenza con cui si assolvono gli ordinovisti Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni e Delfo Zorzi si afferma che con la quantità di materiale documentale e giudiziario in possesso della magistratura, oggi si potrebbe stabilire l’assoluta responsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura anche per la strage di Piazza Fontana, anche se non più giudicabili perchè assolti a Catanzaro.

1- Vincenzo Vinciguerra, ordinovista, reo confesso della strage di Peteano di Sagrado.

“Intendo fin d’ora affermare che tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire dal 1969, appartengono ad un’unica matrice organizzativa. Tale struttura obbedisce ad una logica secondo cui le direttive partono da Apparati inseriti nelle Istituzioni e per l’esattezza in una struttura parallela e segreta del ministero dell’Interno più che dei Carabinieri. Posso oggi indicare i nominativi delle persone che dal 1960 o da ancora prima sono rimasti in collegamento tra loro, provenendo da uno stesso ceppo ed essendo un gruppo politicamente ed umanamente omogeneo. Si tratta del gruppo che dette vita o aderì successivamente al Centro Studi Ordine Nuovo di Pino Rauti. Tale gruppo ha il suo baricentro nel Veneto, ma naturalmente ha agito anche a Roma e a Milano. E’ composto, fra gli altri da queste persone: a Trieste da Francesco Neami, Claudio Bressan e Manlio Portolan;a Venezia e Mestre da Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Vinello; a Verona da Marcello Soffiati e Amos Spiazzi; a Treviso da Roberto Raho; A Padova c’è l’intero gruppo di Franco Freda con Massimiliano Fachini e Aldo Trinco; a Trento è attivo Cristiano De Eccher; a Milano Giancarlo Rognoni; a Udine Cesare Turco dal 1973 in poi; a Roma Enzo Maria Dantini e il gruppo di Tivoli di Paolo Signorelli”.

2 – Martino Siciliano, ordinovista veneto.

“Pochi giorni dopo la strage di Piazza Fontana, mi trovavo nella Galleria Matteotti di Mestre in compagnia di camerati del Msi, fra cui l’ex senatore Piergiorgio Gradari. Parlando di quanto era avvenuto a Milano, ad un certo punto ebbi una crisi di pianto. Nel corso di questa crisi, confidai a Granari la mia convinzione che la strage non fosse opera degli anarchici, ma che fosse da attribuirsi ad elementi di Ordine Nuovo di Venezia e Padova. Gradari mi consigliò di calmarmi e mi disse che, anche se ciò che pensavo fosse stato vero, avrei dovuto tenermelo per me. C’era l’assoluta somiglianza fra gli ordigni che avevo visto e materialmente deposto a Trieste e Gorizia con la descrizione che era stata fatta dai giornali della bomba esplosa alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Intendo riferirmi al contenitore dell’esplosivo che era costituito in tutti e tre i casi da una cassetta metallica. I giornali, inoltre, avevano riportato la notizia che l’esplosivo impiegato era costituito da candelotti di gelignite perfettamente analoghi a quello che avevo visto, manipolato e innescato insieme a Delfo Zorzi nei due falliti attentati di Trieste e Gorizia. Mi è quindi venuta in mente l’affermazione di Delfo Zorzi nel corso del viaggio a Trieste. Disse che vi erano molte altre cassette metalliche e molto altro materiale, cioè candelotti di gelignite come quelli che stavamo trasportando in quel momento”.

3 – Carlo Digilio, ordinovista veneto, armiere del gruppo.

“Delfo Zorzi mi chiamò per telefono dicendomi che aveva bisogno di una “consulenza”, espressione che io capii benissimo cosa voleva dire. Arrivai a Piazza Barche, dove mi aveva dato l’appuntamento, nel tardo pomeriggio e Zorzi mi accompagnò in quella zona un po’ isolata vicino al canale dove c’eravamo incontrati altre volte e dove in particolare avevamo esaminato il materiale proveniente da Vittorio Veneto. Mi portò in un punto molto riparato dove era parcheggiata la Fiat1100 di Maggi. Qui aprì il portabagagli posteriore in cui c’erano tre cassette militari con scritte in inglese, due più piccole e una un po’ più grande. Aprì tutte e tre le cassette e all’interno di ciascuna c’era dell’esplosivo alla rinfusa e in particolare quello a scaglie rosacee che avevo visto nel deposito in località  Paese e dei pezzi di esplosivo estratto dalle mine anticarro recuperate dai laghetti. In ogni cassetta, affondato nell’esplosivo c’era una scatoletta metallica con un coperchio, come quelle che si usavano per il cacao, che conteneva il congegno innescante che era stato preparato, come lui mi disse, da un elettricista.  Effettivamente quello che vidi era una scatoletta di cartone a forma di parallelepipedo che nella parte superiore aveva una cupoletta completamente avvolta con del nastro isolante lasciato un po’ molle e questa specie di cappellotto impediva di vedere come fosse fatto esattamente il congegno. Zorzi mi disse di essere perfettamente sicuro di questo congegno, ma la cosa che lo preoccupava era la sicurezza generale dell’esplosivo che doveva trasportare e cioè se poteva esplodere a seguito di scossoni, anche molto probabili in quanto la macchina di Maggi era vecchia. Mi disse che di lì a qualche giorno doveva trasportare queste cassette fino a Milano e che comunque aveva previsto una fermata a Padova appunto per cambiare macchina e prenderne una più molleggiata, oltre che per mettere a posto il congegno. Io lo rassicurai circa la sicurezza generale dell’esplosivo che non mostrava segni di essudazione che ne alterassero la stabilità. Piuttosto avrebbe dovuto fare molta attenzione all’innesco che mi sembrava la parte più delicata”.

4-Paolo Emilio Taviani, ex ministro dell’Interno.

“La sera del 12 dicembre 1969 il dottor Matteo Fusco, defunto negli anni ’80, stava per partire da Fiumicino per Milano, era un agente di tutto rispetto del Sid con un ufficio in corso Rinascimento a Roma. Doveva partire per Milano recando l’ordine di impedire attentati terroristici. A Fiumicino seppe dalla radio che una bomba era tragicamente scoppiata e rientrò a Roma. La notizia sui movimenti dell’agente Fusco la appresi da ambienti religiosi. Un ufficiale del Sid, il tenente colonnello Del Gaudio, si mosse poi da Padova a Milano per depistare le colpe verso la sinistra.”

5- Maurizio Tramonte, ordinovista, fonte Tritone del Sid, il servizio segreto nel 1969.

”La valigia con la bomba all’ interno della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana l’ ha messa Delfo Zorzi. L’ attentato alla Comit di Milano, lo hanno fatto Franco Freda e Giovanni Ventura. Gli attentati a Roma Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino.”

Allora dopo aver letto attentamente questi verbali, confermati in sede istruttoria, puoi ora gentilmente spiegare a quanti vanno a vedere il tuo film cosa c’entrano gli anarchici con la strage di piazza Fontana?

Penso tu lo debba fare soprattutto se vuoi rendere piena memoria alle vittime della strage e ai loro familiari che oggi chiedono ancora verità e giustizia.


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