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Daniele Biacchessi sfida Giampaolo Pansa sulla Resistenza

ORAZIONE CIVILE PER LA RESISTENZA

Un libro di Daniele Biacchessi

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Dall’introduzione di Daniele Biacchessi

Cosa è accaduto in Italia tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945? Una guerra civile oppure una guerra di liberazione contro la dittatura fascista e l’occupazione tedesca?

I termini sono importanti per definire l’esito della Storia.

La guerra civile è un conflitto armato nel quale le parti belligeranti appartengono alla popolazione di un unico Paese. In Inghilterra (1642-1660), America (1861-1865), Spagna (1936-1939), si sono combattute vere guerre civili.

Tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, il nostro Paese è invece occupato dalle forze armate della Germania nazista e si trasforma in un distretto militare alle dirette dipendenze di Adolf Hitler che, tramite la Repubblica Sociale Italiana di Benito Mussolini, un protettorato tedesco, lo sfrutta per legalizzare alcune annessioni e ottenere manodopera a basso costo.

In Italia si è dunque combattuta una guerra di liberazione contro la dittatura nazista e fascista, organizzata sul piano logistico e militare da tutti i partiti e i movimenti antifascisti italiani (comunisti, socialisti, democristiani, azionisti, demolaburisti, monarchici, anarchici) e da soldati e ufficiali del disciolto esercito italiano dopo l’8 settembre 1943.

Una guerra di liberazione riconosciuta e sostenuta dalle forze anglo-americane. Fino alla vittoria finale. E allora perché nei libri degli storici Giorgio Pisanò, Renzo De Felice, Claudio Pavone, Giampaolo Pansa, ricorre spesso il termine desueto di guerra civile? Perché il concetto di guerra civile non viene da loro applicato anche al Risorgimento, alle cinque giornate di Milano, al governo collaborazionista della Repubblica di Vichy di Philippe Pétain in Francia, ai regimi fantoccio filonazisti di Vidkun Quisling in Norvegia, di Josef Tiso in Slovacchia, di Ferenc Szálasi in Ungheria, di Ion Victor Antonescu in Romania?……..

Nel suo libro “Il sangue dei vinti”, Giampaolo Pansa tace sul come si arriva agli omicidi commessi da una esigua minoranza di ex partigiani nell’immediato dopoguerra. Egli non racconta le violenze delle squadracce fasciste del 1921, la marcia su Roma, i numerosi delitti, i lunghi anni del regime, il carcere, l’esilio, il confino e le condanne a morte degli oppositori, l’emanazione delle leggi razziali contro gli ebrei italiani nel 1938, la fame, la sete, la povertà di un intero popolo, il collaborazionismo del fascismo con il nazismo, l’entrata in guerra, le campagne fallimentari in Russia, Grecia, Albania, Etiopia, Africa Orientale, i bombardamenti e la distruzione delle città, le torture subite dai partigiani da parte delle tante polizie segrete e compagnie di ventura della Repubblica Sociale Italiana, le 2.274 stragi nazifasciste contro civili i cui fascicoli sono rimasti sepolti e occultati per quasi cinquant’anni nel cosiddetto “Armadio della vergogna”, poi ritrovati soltanto nel 1994 nella sede del Tribunale militare di Roma, a Palazzo Cesi, via degli Acquasparta. Pansa non menziona le trattative segrete dei nazisti con gli alleati sul finire della Seconda guerra mondiale, l’arruolamento di criminali nazisti nei servizi segreti americani nell’immediato dopoguerra in funzione anticomunista (Theodor Saevecke, Karl Hass, Karl-Theodor Schütz), neppure l’amnistia del guardasigilli Palmiro Togliatti del 22 luglio 1946 che azzera i crimini compiuti dai repubblichini.

Perché nulla di tutto questo si trova nei libri dei nuovi revisionisti? Perché si punta il dito unicamente sugli omicidi degli ex partigiani?

In un libro, la copertina racchiude il senso di un progetto.

Ne Il sangue dei vinti Giampaolo Pansa pubblica una foto tratta dal libro di Giorgio Pisanò Storia della

guerra civile: un uomo con le mani dietro la nuca, trascinato per le strade di Milano da alcuni partigiani armati.

Nella didascalia, in seconda di copertina, Giampaolo Pansa scrive che quell’uomo è un generico fascista ucciso il 28 aprile 1945. Invece è Carlo Barzaghi, l’autista di Franco Colombo, il comandante della legione autonoma mobile Ettore Muti di Milano. Carlo Barzaghi è il boia del Verziere, il boia del Verzeè,

responsabile di efferati crimini di guerra: la compilazione di numerosi elenchi di ebrei e oppositori poi deportati nei campi di sterminio, la fucilazione di quindici prigionieri politici (10 agosto

1944, Milano, piazzale Loreto) detenuti nel carcere di San Vittore su ordine di Walter Rauff e Theo Saevecke, funzionari della Sicherheitspolizei stanziati all’albergo Regina di Milano. I corpi senza vita dei quindici oppositori al regime fascista vengono lasciati per ore in piazzale Loreto, sotto il sole cocente di agosto, davanti alla popolazione rabbiosa, impotente e in lacrime.

Barzaghi non è quindi un fascista qualsiasi, un innocente ucciso nei giorni dopo la Liberazione. Barzaghi viene arrestato dai partigiani in via Maffei a Milano, come ricorda la foto, poi trascinato in piazzale Libia, nel luogo in cui mesi prima lui stesso aveva ordinato l’assassinio di un gruppo di partigiani, infine, dopo una breve fuga, colpito a morte in via Lazio.

Tutto questo non è scritto nel libro di Giampaolo Pansa. Perché?

Il progetto di riscrivere la storia contemporanea è più articolato. Dal marzo 1994, i governi di centrodestra sovvertono i valori scritti nella Costituzione nata dalla Resistenza attraverso disegni e decreti di legge antidemocratici, inserendo in finanziarie emendamenti che determinano la parificazione tra partigiani e repubblichini sul piano storico e perfino economico.

C’è di più. Il centrodestra propone lo spostamento della festa del 25 aprile in altra data. È come se si chiedesse agli americani e ai francesi di posticipare l’anniversario dell’indipendenza (4 luglio) e la presa della Bastiglia (14 luglio). Questo clima culturale e politico favorisce la proliferazione di gruppi della destra radicale, tra cui Forza Nuova, Fiamma Tricolore, Casa Pound, gruppi naziskin che si ispirano dichiaratamente alle ideologie fasciste e naziste.

Ecco a cosa serve un libro e uno spettacolo di teatro civile sulla Resistenza, 67 anni dopo. Per narrare la vita di uomini e di donne che con le loro azioni coraggiose hanno cambiato il corso della Storia. Per smontare pezzo dopo pezzo, attraverso l’oggettività della documentazione orale e scritta e la forza delle parole, le tesi del nuovo revisionismo. Soprattutto per trasferire alle nuove generazioni la memoria di migliaia di persone che hanno pagato, anche con la vita, il prezzo delle loro idee di

democrazia e di libertà:

almeno 45mila partigiani civili italiani morti in combattimento

o fucilati dopo atroci torture;

22mila mutilati e invalidi;

45mila soldati uccisi in azione, quelli che dopo il 3 settembre 1943, a seguito del breve armistizio di Cassi bile, decidono di schierarsi contro i nazifascisti (34mila nell’esercito, 9mila in marina, 2mila nell’aviazione);

20mila soldati morti nei combattimenti poco dopo l’armistizio, 13.400 nei trasporti in mare; 10mila militari assassinati nei Balcani;

9.500 soldati e 390 ufficiali della 33a divisione Fanteria Acqui del generale Antonio Gandin, impegnata a Cefalonia, Corfù e Zante, annientata dai nazisti;

650mila soldati rinchiusi nei lager per essersi rifiutati di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, 40mila sterminati, come altri 36mila civili;

15mila tra civili, partigiani, simpatizzanti della Resistenza trucidati nelle 2.274 stragi naziste e repubblichine avvenute in Italia.

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