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L’ultima bicicletta di Marco Biagi- Daniele Biacchessi

L’ultima bicicletta di Marco Biagi

di Daniele Biacchessi

Tu puoi uccidere un uomo. Puoi seguirlo, pedinarlo, annotare sopra un taccuino ogni suo spostamento, spiarlo anche negli atteggiamenti più affettuosi, magari mentre esce dalla sua abitazione con la famiglia, quando va a fare la spesa, quando accompagna il figlio a scuola, quando è solo in casa e scrive al computer con la luce fioca, puoi perfino sentire ogni suo sospiro. Tu puoi chiamarlo al telefono giorno e notte, sul suo cellulare e sul fisso, minacciarlo di morte, mettergli paura, mettere in allarme  e in forte stato di tensione la sua famiglia. Tu puoi offrirgli una scorta adeguata, poi toglierla, trasformare tutto questo in un semplice servizio di sorveglianza, alla fine togliergli ogni minima protezione. Puoi attenderlo mentre scende da un treno e attraversa una piazza, di sera, seguirlo fino al luogo in cui ha lasciato la sua bicicletta, poi inseguirlo, con rapidità, ma in modo silenzioso.

Alla fine puoi assassinarlo e sotterrare il suo corpo, affliggere dolori immensi alla sua famiglia, e dopo la sua morte puoi denigrarlo in pubblico, lasciarlo di nuovo solo, senza neanche una memoria. Tu puoi fare tutto questo, e altro ancora di indicibile, ma non riuscirai mai ad uccidere le sue idee.

19 marzo 2002. Dieci anni fa.

La primavera a Bologna la senti spuntare ancor prima di Pasqua. Le colline che proteggono la città cambiano i colori in fretta. Dal verde dell’erba puoi perfino osservare le sfumature delle foglie degli alberi che stanno intorno. E i profumi sono già forti nell’aria. Gli odori e i sapori non sanno di mare ma di Appennino che è terra dura da coltivare.

Sotto i portici, lungo i viali e le direttrici che portano al centro, fin dal mattino, in molti lasciano nei parcheggi le automobili e pedalano in silenzio sopra biciclette lucidate, pitturate di fresco, le più vecchie, con i freni a bacchetta, arrugginite nel corso del tempo. E’ un rito al quale non si può rinunciare. Del resto Bologna non è poi così diversa da quei paesi che osservi dal finestrino di un treno lungo la via Emilia, dove in bicicletta si gira d’estate e d’inverno. Allo stesso modo, con le magliette a mezze maniche e il cappotto.

Ci si sposta per comprare il giornale, raggiungere i luoghi di lavoro, i supermercati nei giorni delle grandi spese, a giocare alle carte nei bar al sabato mattina mentre la nebbia sale dai fossi e rende il paesaggio umido e irreale. Un mezzo pulito, silenzioso, ecologico, pratico.

Marco Biagi ricopre il ruolo di consulente del ministero del Welfare. Un esperto di mercato del lavoro, un giuslavorista. Insegna, interviene ai convegni, scrive editoriali sul Sole 24 Ore, programma leggi e politiche governative. Un uomo assai conosciuto nel suo ambiente di professori e studiosi ma lontano dai riflettori della politica nazionale.

Biagi è un gran pedalatore. Uno che macina parecchi chilometri al giorno. Bologna è la sua città e anche per lui la bicicletta è una passione. Qualcosa di più di una semplice necessità. Sopra le due ruote pedala da quando aveva ancora i calzoni corti. E quelle strade di Appennino le conosce a memoria, curva dopo curva. Le salite, la pianura, le risalite e le lunghe discese. Le può affrontare quasi ad occhi chiusi, prendendo fiato, caricando di aria i polmoni, premendo forte sui muscoli delle gambe, sui polpacci, azionando i rapporti del cambio per raggiungere la giusta velocità, quella che permette il massimo risultato con il minimo sforzo.

Ma pedalare costa fatica e allenamento. Non basta solo la passione. Dicono che certe domeniche Biagi salga sui tornanti del Mongardino, toccando la Crocetta e il Fossato. Da solo o con gli amici di sempre. Dicono quelli che lo conoscono bene.

Un uomo e la sua bicicletta. E’ dunque l’immagine di quella fredda sera italiana.

E’ solo Marco Biagi. Lui pedala dalla stazione a via Valdonica, una stradina stretta, intorno a vicoli, piazzette, antichi cammini, tra palazzi del Quattrocento e negozi moderni.. Si trova nel ghetto ebraico. Su quella bicicletta porta una borsa di pelle nera, carica di documenti, ricerche, articoli già pronti, relazioni, idee e progetti.

Delle sue abitudini, i brigatisti conoscono ormai tutto. Lo pedinano a Bologna, fin sotto la sua abitazione. Lo cercano a Roma dove si reca per le consulenze al ministero del Welfare. Non lo perdono di vista a Pianoro e Marina di Ravenna dove passa l’estate. Neppure a Modena, dove insegna diritto del lavoro all’Università.

Alle 13,30, Marco Biagi prende il treno alla stazione di Bologna e si reca a Modena.Tiene le sue lezioni, esamina incartamenti, legge libri, effettua qualche telefonata, accende il computer e controlla la posta elettronica.Poi intorno alle 18, 30 esce dal portone principale dell’Ateneo, si reca allo scalo ferroviario e attende il treno interregionale per Bologna.Ora si trova proprio sotto la pensilina. Da Modena, probabilmente, un terrorista non ancora identificato avverte con il telefono cellulare Diana Blefari Melazzi, nome di battaglia Maria, staffetta del commando già operativo a Bologna.

19,41. Marco Biagi scende dalla carrozza e cammina lungo il binario 1 del piazzale ovest della stazione di Bologna.Si dirige verso l’uscita, poi volta a destra verso la saletta degli Eurostar.

19,41, stessa ora.Cinzia Banelli, nome di battaglia Sonia, attiva la Sim Card acquistata giorni prima a Roma.E’ montata su un cellulare, comprato a Bologna, configurato per computer quindici giorni prima.Cinzia Banelli chiama l’operatore.L’impulso viene captato e registrato dalla cella telefonica bis di via Mentana che copre gran parte del centro città, compresa l’abitazione di Marco Biagi.L’attivazione della scheda viene compiuta pochi minuti prima e a pochi metri dal luogo dell’omicidio.Come per trasmettere un messaggio: siamo noi, quelli delle Brigate Rosse.

Alle 19,53, il professore esce dalla saletta Eurostar con il biglietto per Roma del giorno dopo.Poi cammina a piedi ed esce dalla stazione.Le telecamere della Polizia Ferroviaria sono sempre accese.Quando è sera funzionano con i raggi infrarossi.Così gli uomini non sono più ombre che camminano, i loro contorni restano ben visibili e in primo piano.Biagi é alto, con i capelli argentati.E’ inconfondibile, non ci si può sbagliare.Lui attraversa la piazza, attende il verde del semaforo e taglia di traverso la strada.Entra nella Galleria Due Agosto.Lì ritrova la sua bicicletta.E’ chiusa con due lucchetti, appoggiata ad un cartello stradale. La sua borsa è poco accanto al manubrio.

Diana Blefari Melazzi, pure lei in bicicletta, si accerta che il professore sia partito.Con la ricetrasmittente, scandisce agli altri componenti del commando il percorso abituale di Marco Biagi. Il suo ultimo tragitto.La sagoma di Biagi viene ripresa più volte dagli impianti televisivi a circuito chiuso di banche, società, istituzioni.

<<Via Indipendenza, Piazza Otto Agosto, via Marsala, Piazza San Martino, via Valdonica.>>

Mario Galesi, nome di battaglia Paolo e Roberto Morandi, nelle BR conosciuto come  Luca, sono già sotto l’abitazione di Marco Biagi. Indossano i caschi integrali. Quello di Galesi è color bianco, più scuro quello di Morandi. Attendono il professore sopra un motorino color verde scuro. Cinzia Banelli è ferma sulla sua bicicletta in piazza San Martino. Nadia Desdemona Lioce, nome di battaglia Rosa, pure lei in bicicletta, si trova verso via Zamboni, tra via Valdonica e vicolo Luretta. Diana Blefari Melazzi è posizionata tra vicolo Luretta e via Marsala.

Lorenzo, figlio di Marco Biagi, ha appena finito i compiti e attende il ritorno del padre.Francesco, figlio di Marco Biagi, raggiunge via Valdonica con il suo scooter Malaguti.Lo parcheggia davanti al portone.I brigatisti assistono alla scena.Francesco sale le scale di casa.Va di fretta. Deve prendere la borsa per la partita di basket.

Sono le 20,10.Il freddo di marzo comincia a pungere davvero e la scena dell’omicidio è fulminea.Marco Biagi si trova davanti al portone,  posa la borsa di pelle nera, sta per infilare le chiavi nella toppa…Solo una voce acuta giunge alle sue spalle.

<<Professore….ehi professore>>

Il primo proiettile della pistola semiautomatica di Mario Galesi si conficca sul muro di via Valdonica.Gli altri cinque trafiggono il corpo di Marco Biagi.L’arma è una Makarov marcata Carl Walther 9×17 tipo corto.Il brigatista utilizza la tecnica del sacchetto di plastica fissato in qualche modo sul lato destro della canna, poco sopra il calcio. Ma il meccanismo funziona solo quando l’arma è orizzontale. Galesi invece spara dall’alto verso il basso. Così i bossoli non vengono trattenuti e cadono in terra. Tre di loro vengono ritrovati dagli inquirenti, oltre al proiettile finito sul palazzo.

Mario Galesi e Roberto Morandi fuggono con il motorino verso Piazza San Martino e via Marsala.Cinzia Banelli accende la ricetrasmittente e chiude l’azione:

<<Buonanotte>>

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