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Cile 11 settembre 1973 – Daniele Biacchessi

Cile 11 settembre 1973
Daniele Biacchessi
“Care madri, cari padri delle persone rimaste uccise l’11 settembre 2001 a New York. Sono cileno, mi chiamo Ramon e vivo da molti anni a Londra. Volevo dirvi che forse abbiamo qualcosa che ci unisce. I vostri cari sono stati assassinati come pure i miei. Abbiamo anche una data in comune: 11 settembre. Nel 1970 ci sono state le elezioni in Cile e io votavo per la prima volta. Avevamo un bellissimo sogno: costruire una società in cui tutti potessero condividere il frutto del loro lavoro. Così in quel 1970 andammo tutti a votare per Salvador Allende. Insieme…Madri, padri delle persone uccise l’11 settembre a New York. Presto ricorrerà un nuovo anniversario. Noi vi ricorderemo sempre. Spero vi ricorderete di noi”.
11 settembre 2001”, Ken Loach
Santiago del Cile. 1969. Il palazzo dell’Istituto superiore di commercio, Insuco 2, si erge su due piani, sopra case ancora più basse, e muri lunghi trenta metri, e i mille cantieri aperti della città. Da lontano può apparire come nuovo ma da vicino proprio non è così. L’intonaco quasi non esiste, i mattoni rossi sono a vista, le inferriate arrugginite, le scale interne cadono a pezzi, le stanze umide e fredde. Spesso insegnati e studenti sono costretti a seguire le lezioni in cortile. La scuola rappresenta il fiore all’occhiello dell’istruzione di base cilena. Sta in Avenida Espana, a pochi passi dal palazzo della Moneda, costruito per ospitare la Zecca poi divenuto il simbolo del potere politico, nel centro della Capitale.
Non sono poveri quei giovani che frequentano Insuco 2. Vivono in gran parte nei quartieri della media borghesia cilena, in luoghi dove la vita non conosce le sofferenze delle poblaciones. Città nelle città, agglomerati cresciuti senza forma e spazio architettonico. Nelle capanne ci piove dentro, le pareti e i tetti sono di cartone. Una fila di baracche allineate lungo sentieri di terra battuta. Se si passa in automobile, d’estate si solleva una polvere rossa fitta, d’inverno le strade si trasformano in un enorme pantano. Le persone accorrono in quegli anni a Santiago del Cile. Provengono da campagne, province, paesi sperduti. Fuggono da fame e miseria, viaggi difficili lungo la Panamericana. Loro conservano due sogni nascosti: un lavoro sicuro e un’abitazione decorosa per la propria famiglia. Quando raggiungono la metropoli ritrovano invece una realtà diversa. L’impiego non c’è per tutti. Allora si arrangiano come possono, s’inventano lavori saltuari, pochi soldi buoni per mettere qualcosa nella pentola di casa, un osso per il brodo, spiccioli per comprare vestiti a quei bimbi che corrono scalzi lungo gli sterrati delle baraccopoli e che gridano al mondo la loro infelicità.
Hector “Mono” Carrasco, a quattordici anni è già adulto e la sua coscienza politica è sviluppata. Viene da una famiglia comunista. Il padre è un sindacalista del settore grafico, la madre è sarta, lavora per gli ambasciatori europei in Cile e insegna a costruire bambole di pezza. All’Insuco 2, Hector studia pubblicità, disegno artistico e comunicazione. Ogni giorno si alza alle sei del mattino. La sua casa sta in Avenida Vicuna Mackenna 4467, cordone industriale di Santiago, ventidue chilometri da Plaza de Armas.
A scuola ci va in autobus, un viaggio dalla periferia al centro città. Hector li conosce bene quei quartieri poveri di Santiago. Per lui e il suo gruppo d’amici, la strada è come una seconda casa. Si gioca a pallone, ci si conosce e si cresce. Intorno a Hector si muove una generazione di ribelli. Sono giovani colti, curiosi, appassionati di letteratura e soprattutto con una spiccata propensione verso l’arte.

“Vidi i volti sporchi e anneriti di quei bambini, con gli stracci addosso, che correvano scalzi nel pantano. Scelsi subito da che parte stare”.
Il giovane “Mono” non ha più dubbi. C’è solo un modo per rendere migliore la vita della gente delle poblaciones: lottare per una società più giusta.
Nel 1969, il Cile è il cortile degli Stati Uniti. L’avvio della nazionalizzazione delle miniere di rame non porta i frutti sperati. I debiti del paese salgono oltre il livello di guardia, le esportazioni servono a pagare gli interessi. L’indipendenza economica resta un sogno: il 60% delle importazioni è legato agli Stati Uniti. La moderata crescita dei consumi si traduce nell’aumento dell’inflazione. Il divario tra città e campagna è notevole. A Santiago sono professori, infermieri, muratori le categorie sfruttate e mal pagate. I minatori di carbone vivono in condizioni disumane. Nelle case degli agglomerati urbani, di poco accanto alle miniere, non scorre neppure una goccia d’acqua. Ci si lava fuori, nei bagni pubblici. La situazione è diversa se si tratta di miniere di rame. In quel caso, le abitazioni sono dotate di cucine a gas, frigoriferi, elettrodomestrici.
La politica entra all’Insuco 2 dalla porta principale. Il vento caldo del maggio francese percorre da mesi migliaia di chilometri, da Parigi tocca Francoforte, Roma, Madrid, attraversa terra, mari e oceani, fino a Santiago del Cile, e s’infila dirompente lungo i corridoi di quella scuola. E’ un vento che porta voci e speranze di ragazzi. Possono sembrare lontane, appartenenti perfino ad altri mondi. Le parole portano impronte differenti ma c’è qualcosa che le unisce e le fa divenire cose vive: il desiderio di cambiare in fretta, di sostituire i valori arcaici delle vecchie società in nuovi modelli di riferimento. Ecco perché, come d’incanto, anche i ragazzi di Santiago comprendono che gli idiomi non sono più barriere insormontabili. Ormai tutti parlano la stessa lingua.
In Cile sono giorni di grande tensione sociale. Nel giugno ’69, i servizi di sicurezza scoprono un centro d’addestramento alla guerriglia vicino a Santiago: vengono alla luce armi e munizioni del Mir, Movimento de Izquierda Rivolucionaria. A Melipilla, non lontano dalla capitale, i contadini occupano 44 haciendas agricole e Arturo Jorge Alessandri, il candidato della destra, non riesce a raggiungere il sud del paese perché i minatori sbarrano la ferrovia al suo passaggio. Il 29 settembre 1969, il reggimento di Yungai, il corpo d’elite dell’esercito, arriva in ritardo al “Te Deum” in onore del presidente della Repubblica. Sei ufficiali sono cacciati. Il generale Viaux, comandante del primo corpo d’armata, occupa una caserma di Santiago per protesta contro le paghe basse dell’esercito. Sono i primi segnali.
I ragazzi dell’Insuco 2 si organizzano. Davanti alla scuola, in prima fila c’è sempre Hector, magro, con quei capelli neri che hanno il colore dell’inchiostro.
“Le lotte erano all’ordine del giorno. In piazza non c’erano solo gli studenti. I professori erano mal pagati, insegnavano per vocazione. Le loro proteste per un salario degno di un essere umano si sono mischiate alle nostre richieste d’autonomia. Avevamo creato Centri Studenteschi nelle principali scuole superiori del Cile. Io ero stato eletto in quell’anno dirigente del Centro all’Insuco 2. Ero già militante della Gioventù comunista. Le nostre lotte non erano però ideologiche, si basavano su rivendicazioni concrete. La scuola era fatiscente, quindi chiedevamo strutture nuove e attrezzate. Partecipai alla più lunga occupazione di una scuola cilena. Durò sei mesi”.
Hector non possiede modelli di riferimento. E’ comunista per tradizione di famiglia e per scelta politica ma non sopporta le dittature e i soprusi. Guarda a Cuba, a Che Guevara, studia i testi del marxismo, ma pensa che non si possono importare altri sistemi economici perché ogni paese é un caso a parte.

“Guardavamo al sistema cubano ma anche alle rivolte europee, al maggio francese. Non può esserci socialismo senza democrazia. L’autonomia universitaria, le elezioni degli organismi interni agli istituti le abbiamo ottenute ben prima dell’Europa”.
Dai televisori in bianco e nero, le immagini che giungono dal Vietnam sono ancora più sfuocate. I B52 americani scaricano tonnellate di bombe al napalm sui villaggi. I contadini sono in fuga nelle campagne, si rifugiano nei nascondigli sotto terra, nei tunnel scavati a mano. Ognuno come può. Piccoli uomini con il cappello di paglia che chiamano vietcong combattono ormai da anni una guerra impari. Da una parte la potenza e la tecnologia, dall’altra l’astuzia e la conoscenza del territorio. In Cile, come in tutto il mondo si organizzano proteste contro l’invasione americana del nord Vietnam. 160 chilometri separano Valparaiso da Santiago. E i cileni intendono compierli in pochi giorni. E’ una marcia che coinvolge migliaia di persone.

“Era un lungo serpentone. In ogni paese c’erano spettacoli. Ricordo i volti sorridenti di Victor Jara e di molti altri artisti cileni. Noi eravamo un gruppo di amici. Con una jeep americana della seconda guerra mondiale seguivamo la marcia. E in quell’occasione ha fatto la sua prima uscita pubblica il gruppo di propaganda murale Ramona Parra, in onore di un’operaia tessile uccisa in una manifestazione nel 1947. Non eravamo ricchi, quindi i nostri strumenti di lavoro erano barattoli di polvere di colore, praticamente terra. Con l’acqua e la farina cotta diventava una sostanza appiccicosa che si attaccava bene ai muri. Si scrivevano parole d’ordine, slogan. Su quella jeep c’era un ragazzo più grande di noi. Lo chiamavamo Fantomas detto “El Fanta”. Si nascondeva dentro il suo impermeabile blu, i capelli rasati. Solo anni dopo scoprimmo che era una spia, un infiltrato. Poi divenne un torturatore. E’ l’anno di Salvador Allende”.
I ragazzi come Hector sanno già molto di Salvador Allende. Nasce il 26 giugno 1908 a Valparaiso, città portuale del Cile. Il padre è Salvador Allende Castro, avvocato e notaio, militante del Partito Radicale. La madre è Laura Gossens Uribe. Nel 1920, il padre viaggia e si porta con sé la famiglia: Tacna, Iquique, Santiago, Valdivia. Fino al 1925 studia al liceo Eduardo. Poi fa piccoli lavoretti. Conosce Juan Demarchi, un anarchico italiano che gli regala i primi libri politici. Sempre nel ’25 arriva la cartolina del militare. Salvador Allende la anticipa di poco: si arruola come volontario nel Reggimento Corazzieri di Vina del Mar.
Viene poi trasferito al reggimento Lancieri a Tacna. Esce con la qualifica di Ufficiale di riserva dell’esercito. Nel’26, si iscrive all’Università di Santiago, facoltà di medicina. I suoi compagni lo eleggono Presidente del Centro Alunni di Medicina. Iniziano i primi studi sul marxismo.
Nel ’29 si iscrive alla massoneria e segue così la tradizione della famiglia. L’anno dopo, è Presidente della Federazione Studenti del Cile e partecipa in modo attivo alla lotta contro la dittatura di Carlos Ibanez. Nel ’31, termina i suoi studi e torna a Valparaiso per assistere il padre infermo. Mentre redige un trattato su “Igiene Mentale e Delinquenza”, svolge la sua pratica professionale. Giugno 1932. Viene proclamata la Repubblica Socialista guidata da Marmaduke Grove. Dopo la fugace esperienza socialista, il nuovo governo comincia la persecuzione degli elementi progressisti. Allende è incarcerato. Mentre rimane in prigione, muore il padre: sulla sua tomba, il giovane medico giura di dedicare la sua vita alla lotta per la libertà del Cile. Il 19 aprile 1933 partecipa alla nascita del Partito Socialista del Cile, insieme a Eugenio Matte Hurtado, Marmaduke Grove, Eugenio Gonzalez, Oscar Schnake. Nel marzo 1936, partecipa alla creazione del Fronte Popular, e diventa Presidente provinciale a Valparaiso. Il Fronte Popular proclama la candidatura di Pedro Aguirre Cerda. Allende è il massimo responsabile della campagna elettorale a Valparaiso. Nel ’42, assume la carica di segretario generale del Partito Socialista. Dieci anni dopo nasce il Frente del Pueblo, l’alleanza tra socialisti e comunisti. Del progetto politico, Allende è uno dei fondatori.
Nel ’57, socialisti e comunisti si associano in un cartello elettorale, il Frap. Allende è il candidato naturale ma alle elezioni del’58 perde contro l’uomo di destra Jorge Alessandri. 1959. Visita La Habana, per conoscere il processo rivoluzionario cubano e conosce Che Guevara e Fidel Castro. Nel ’63, il congresso del Frap lo designa candidato alla Presidenza della Repubblica. Sconfitto nel 1964 da Eduardo Frei Montalva, Allende ottiene quasi un milione di voti. Nel 1969, l’anno della presa di coscienza di Hector e della nuova generazione cilena, Salvador Allende crea Unidad Popular. E’ il cartello delle sinistre che comprende Partito Socialista, Partito Comunista, Mapu(Movimento di azione di unità popolare), la Izquierda Cristiana, il Partito Radicale. Hector aderisce alla coalizione di sinistra. Per vincere.

“Il Cile era diviso. Quando iniziò la campagna elettorale presidenziale nel 1970, ognuno diede il suo contributo per ciò che sapeva fare. Andavamo nei quartieri popolari di Santiago a fare propaganda per Allende. Le iniziative si chiamavano Amanecer Venceremos, la domenica invece Domingos Solidarios. Era un lavoro capillare, casa per casa a distribuire volantini, materiali politici, giornali. Soprattutto si parlava con le persone, dei loro problemi, di come risolverli. Il clima era eccezionale. Sentivamo forte il desiderio di cambiare, di voltare pagina. In quei mesi, in Cile, erano attivi almeno novanta gruppi di propaganda murale. Io ero il responsabile di quello più importante, la Brigada Central. Con me c’erano Mafalda, Chico Richard, Gitano, Natacha, Chepa, Coyote, tutti ragazzi più o meno della mia età. L’attività durò in modo ininterrotto dal luglio al settembre 1970. Bisognava prestare attenzione. C’erano gruppi di fascisti in azione, quelli di Patria Y Libertad. Erano squadristi, gente armata e pronta a sparare. Il nostro lavoro era semplice ma complicato da realizzare. I muri erano lunghi trenta metri. Tutto doveva svolgersi in poco tempo, tre minuti appena. Non uno di più. Ci si presentava con i barattoli di vernice bianco, blu, rosso e verde. Sui lunghi muri si scriveva: ‘Vota Salvador Allende’, ‘Allende tres’ (il numero della scheda), ‘Unidad Popular’. Accadeva da mezzanotte alle sei del mattino. Poi si andava a scuola e al lavoro. Davanti a quei muri, trasformati in cartelloni pubblicitari, tra noi nasceva una grande amicizia, forte e robusta che neppure la morte e la dittatura ha scalfito”.
4 settembre 1970. Un terremoto politico investe l’America Latina. Si conclude lo spoglio delle schede: Salvador Allende, al suo quarto tentativo, conquista la maggioranza relativa alle elezioni presidenziali. Sul Cile si accendono subito i riflettori del mondo. Per la prima volta un socialista diventa capo di un governo nell’emisfero Ovest grazie a una vittoria elettorale, senza una insurrezione armata. Per Allende, votano 1.070.334 persone, il 36,2% dell’elettorato, contro gli 821.501 suffragi (il 27,4 %) raccolti da Rodomiro Tomic, il candidato della Democrazia Cristiana. L’alleanza delle sinistre batte di misura Jorge Alessandri, ex primo ministro sostituito nel ’64 dal democristiano Eduardo Frei. Il candidato della destra raccoglie 1.031.159 voti, 39.175 in meno di Unidad Popular. Allende è in testa, ma di poco. Quella sera, per Hector e i ragazzi di Santiago, quel che conta è la vittoria di Unidad Popular. E questo a loro basta e avanza.

“La sera della vittoria di Allende ero di turno al comitato centrale della Gioventù Comunista in calle Marcoleta 96. C’era pericolo di attacchi di gruppi fascisti di Patria Y Libertad. La radio trasmetteva lo spoglio elettorale. A un certo punto qualcuno gridò e altri si abbracciarono. In pochi minuti Santiago esplose. Migliaia di persone si accalcarono davanti alla sede della Fech, la Federazione Studentesca del Cile. Salvador Allende portava gli occhiali neri e un sorriso straordinario. Sventolava dal balcone la bandiera del Cile. La gente usciva dalle case con le chitarre, era festa ovunque. Nessuno, a quel tempo, comprese il senso della storia. Allende ci disse per la prima volta che gli occhi del mondo erano puntati sul Cile. Il 5 settembre realizzammo il primo murales in Alameda Bernardo O’Higgins, di fronte a Calle Portugal. Lo avevamo dipinto con i colori avanzati dalla campagna elettorale. Era il primo raffigurante volti e mani di persone ”.
Unidad Popular non rappresenta dunque la maggioranza nel paese. Allende deve scendere a patti con il Parlamento, cui spetta il potere di ricusare il capo dello Stato e i ministri, controllato dai democristiani e dalla destra. Allende non ha potere sulla Controleria General de la Republica, responsabile degli atti amministrativi dell’esecutivo e della magistratura. Allende non può contare nemmeno sulla compattezza di Unidad Popular. La via pacifica e parlamentare al socialismo viene osteggiata a sinistra dal Mir, il Movimiento de Izquierda Revolucionaria. La direzione del partito socialista, guidata da Carlos Altamirano, non esclude la “via violenta” mentre Aniceto Rodriguez, leader dell’ala riformista del partito è in minoranza. L’alleato più fidato di Allende resta il Partito Comunista di Luis Corvalán. L’interesse internazionale è grande, la via cilena al socialismo affascina scrittori, giornalisti, intellettuali, studenti. Quando raggiungeranno il Cile, Hector e i ragazzi di Santiago li aiuteranno a comprendere il senso di una rivoluzione.

“Nei mesi estivi dopo la vittoria di Allende, in Cile arrivarono ragazzi e volontari da ogni parte del mondo. Tutti erano interessati al nuovo Cile. Volevano scoprire il segreto di questo Paese che si era permesso di costruire un governo diverso ed era andato al potere per vie democratriche. In molti decisero di vivere a Santiago. Erano italiani, argentini, brasiliani e nordamericani. Bisognava dargli da mangiare, da dormire, organizzare il loro lavoro. Conobbi decine di persone straordinarie, curiose, che si portavano dietro passione politica e civile”.
La partita si gioca tra il 15 settembre e il 24 ottobre 1970, quando il Congresso si riunisce per l’elezione del Presidente. “Deve sapere che non lasceremo arrivare in Cile una sola vite o un solo dado, sotto Allende. Se Allende assumerà il potere faremo tutto il possibile per condannare il Cile e i cileni alle più dure privazioni e miserie. Non si faccia illusioni signor Frei”. (Lettera dell’ambasciatore americano in Cile Korry al presidente uscente Frei) . Scrive Carlos Prats, l’unico generale fedele al governo Allende: “Frei ha riunito me, il generale dei carabineros e i comandanti delle forze armate per dirci che l’ascesa al potere di Allende ci farà cadere irreversibilmente nel marxismo”. Fino al 1971, regge la collaborazione tra Unidad Popular e la Democrazia Cristiana. Allende accetta un emendamento alla carta costituzionale che prevede una clausola importante: l’esecutivo garantisce libertà civili, elezioni e libertà di espressione. La Democrazia Cristiana cilena, pur tra contrasti interni, si schiera con i vincitori delle elezioni.
“Track II” è il piano della CIA che prevede il sequestro del comandante in capo dell’esercito René Schneider. Il suo rapimento deve suscitare l’indignazione dell’esercito, l’ammutinamento e la cacciata di Salvador Allende. L’agguato a Schneider però non riesce. Gli assalitori sparano ma il generale si difende ed estrae la pistola. Schneider morirà due giorni dopo. Individuati i cospiratori, il complotto sortisce l’esito opposto: Allende, Frei, i generali delle forze armate sfilano per le vie di Santiago alla testa di un corteo funebre. Il congresso, pochi giorni dopo elegge Allende alla massima carica della Repubblica. E’ il 3 novembre 1970. Il Cile non è periferia del mondo. Scrive quel giorno il poeta Pablo Neruda: “Dai deserti di salnitro, dalle miniere sommerse di carbone, dalle alture terribili dove si trova il rame che le mani del mio popolo estraggono con fatica disumana è sorto un movimento liberatore di enormi proporzioni che ha portato alla presidenza del Cile un uomo chiamato Salvador Allende, perché realizzi atti di giustizia improrogabili”.
Nel Governo socialista entrano volti nuovi e sconosciuti. Quattro ministeri (Finanze, Lavori pubblici, Case e Lavoro) vengono affidati ad operai. Allende lancia il programma dei quaranta provvedimenti. Viene distribuito mezzo litro di latte al giorno ai bambini cileni. Nasce il “Treno della Salute”, l’istruzione primaria diventa gratuita, vengono ridotte le tasse per quella secondaria. 15 luglio 1971. Il Congresso approva la nazionalizzazione del rame e affida ad Allende la questione degli indennizzi. Nel dicembre 1971, il numero di banche e industrie controllate dallo stato è già raddoppiato da 31 a 62, mentre altre 39 imprese risultano requisite. Nelle campagne vengono espropriate 1300 proprietà fondiarie. Il prodotto interno lordo cresce dell’8,6%, la disoccupazione si dimezza nel giro di pochi mesi e l’inflazione scende dal 34 al 22 per cento. Crescono i consumi e le importazioni. La strategia funziona ma il pericolo di un sovvertimento delle istituzioni democratiche è sempre dietro la porta. Così Hector viene inviato a Cuba per una missione segreta.

“All’interno della Gioventù Comunista si formò una struttura semilegale. A Cuba venni inviato dal partito per un corso di arte militare. Bisognava preparare i quadri alla difesa, non certamente all’attacco. La difesa doveva servire da attacchi esterni e interni contro il Governo di Allende. Erano già iniziati scioperi, attentati alle fabbriche, omicidi politici, ferimenti. Il corso durò otto mesi. Ci istruivano a utilizzare armi da guerra, guerriglia urbana, metodi di controspionaggio. Diventai istruttore dal ’72 fino al giorno del colpo di stato. Noi non possedevamo la quantità di armi di cui c’era bisogno per contrastare un golpe. Poi non potevamo allargare questi strumenti perché avevamo scelto una via pacifica. Lo avevamo promesso alla gente che ci aveva votati”.
Fino al dicembre ’71, il ciclo virtuoso sembra inattaccabile. Poi inizia il declino. Gli investimenti sono a quota -71,3%. La caduta del prezzo del rame, a causa della pressione delle multinazionali americane fa precipitare il valore delle esportazioni. In un anno le riserve crollano da 343 a 32 milioni di dollari, le importazioni di macchinari industriali del 22%. Grazie alle pressioni americane sulla Banca Mondiale e sul Banco Interamericano de Desarrollo, i crediti passano dai 300 milioni di dollari all’anno a meno di 30. Il quadro economico peggiora.
Un’inchiesta del settimanale Ercilla rivela che l’azione del Governo Allende è sentita come una minaccia dal 60% della popolazione e che il 77% della classe media non riesce ad acquistare beni di prima necessità. Le donne dei ceti medi e alti organizzano la cosiddetta “marcia delle casseruole”. Nell’agosto ’72, i commercianti al dettaglio dichiarano lo sciopero generale. Poi tocca ai camionisti. Da una parte il Governo, dall’altra Leòn Villarin, segretario del sindacato dei trasporti. Il paese è diviso in due. I commercianti abbassano le serrande, i sostenitori del governo assaltano i negozi chiusi. Medici, avvocati, scuole e università scendono in sciopero, gli imprenditori proclamano la serrata. Gli operai replicano con le occupazioni. Di notte nei quartieri alti si sente forte il suono delle casseruole, mentre i camioneros di Patria y Libertad, gruppo paramilitare di destra, disseminano le strade di bande chiodate. La CIA finanzia i 10 mila camionisti, con oltre un milione di dollari.
1973. Le elezioni parlamentari di marzo offrono alla coalizione di sinistra la stessa percentuale del ’69. Non è abbastanza per consolidare il governo, ma è sufficiente per impedire che la destra chieda la destituzione di Salvador Allende. La campagna elettorale si svolge sotto l’attenta supervisione delle forze armate. Da maggio la situazione precipita. In una riunione di 800 ufficiali della guarnigione di Santiago, il generale Carlos Prats viene fischiato. Allende dichiara lo stato di emergenza per arginare gli scontri tra opposte fazioni. La Democrazia Cristiana sceglie il suo nuovo segretario. E’ Patricio Alwin, dell’ala destra intransigente. Anche la Chiesa, contraria alla riforma scolastica, si schiera contro il governo. Il 29 giugno c’è il primo tentativo di golpe. Il colonnello Roberto Souper, a capo di un reggimento di blindati, intima la resa della guardia del palazzo della Moneda. Ma l’operazione fallisce. Quando Allende giunge alla Moneda si odono solo spari isolati. L’aria è comunque pesante e non promette nulla di buono. Ci sono strani movimenti tra gli alti vertici delle forze armate. Unidad Popular intende conoscere chi sta dietro alle operazioni coperte. Hector guida in quei giorni la rete di informatori.

“Il colpo di stato non ci trovò impreparati. Avevamo una rete di informatori che ci fornivano notizie, segnali che dall’altra parte si stava preparando qualcosa di grave contro Allende. Eravamo praticamente dappertutto. Un nostro informatore lavorava al club di golf di Santiago. Era un luogo esclusivo, frequentato da alti vertici militari e dall’ambasciatore americano a Santiago. La segretaria del diplomatico si era invaghita di questo ragazzo. Gli passava informazioni riservate sui movimenti di soldi e sui finanziamenti ai golpisti, ai politici di destra che frequentavano l’ambasciata in riunioni private”.
Il 9 settembre 1973 cade di domenica. Allende invita a pranzo i più importanti dirigenti di Unidad Popular e li informa che proporrà un referendum. Poche ore dopo, sempre a Santiago, il generale Augusto Pinochet Ugarte festeggia nella sua casa il compleanno della figlia. Tra gli ospiti c’è il comandante dell’aeronautica Leight. Sono le 17. Suona il campanello. Alla porta ci sono due ufficiali della Marina. Vogliono parlare con Pinochet. Sono l’ammiraglio Huidobro e il capitano Gonzales, vengono da Valparaiso e portano un messaggio del vicecomandante Merino .”Gustavo e Augusto- dice nella lettera Merino- vi comunico che il D.Day è fissato per l’11 settembre a partire dalle 6 del mattino. Se pensate di non poter schierare tutte le forze di cui disponete a Santiago, chiaritemelo sul rovescio del foglio. L’ammiraglio Huidobro è autorizzato a discutere e a mettere a punto ogni dettaglio. Vi saluto con amicizia e con speranza. Merino”. Sul retro c’è un post scriptum indirizzato proprio a Pinochet. “Augusto, questa è l’ultima occasione. Se a Santiago tutto l’esercito non sarà con te fin dal primo momento, per noi sarà la fine. Pepe”. I generali Leight e Pinochet si scrutano, osservano in modo attento il dispaccio, non si perdono neppure una parola. Alla fine, Leight sottoscrive l’accordo. Pinochet esita un istante, poi firma e imprime sul documento il timbro del Comando in Capo dell’Esercito del Cile.
Il 10 settembre. Mancano 36 ore al colpo di Stato. Allende perfeziona alla Moneda il testo del discorso per la convocazione del plebiscito. Il generale Pinochet prende il timone del golpe. Davanti alla spada di O’ Higgins, il padre della patria, fa giurare uno dopo l’altro i generali Brady, Benavides, Arellano e Palacios, e il colonnello Polloni. E’ sera. Allende annulla il suo viaggio ad Algeri alla riunione dei capi di Stato dei cinque continenti. La situazione politica è troppo delicata per allontanarsi da Santiago. Il Presidente esce dalla Moneda che è già buio. Sono gli attimi in cui al quinto piano del Ministero della Difesa, il generale Nicanor Díaz Estrada entra in azione e ordina lo stato d’allarme di primo grado a partire dalle sei del mattino del giorno dopo. Nella casa presidenziale, Allende riunisce i collaboratori più stretti. Il suo volto è segnato dalla stanchezza. Giungono voci di tradimenti da parte di generali e colonnelli. “Da mesi non dormirei se dovessi dar retta a ogni voce. Domani ci aspetta una giornata dura”, dice Allende al suo consigliere Joan Garcés.
11 settembre 1973. Le quattro del mattino. Le strade di Santiago sono ancora deserte. Il colonnello Julio Polloni raccoglie ingegneri e operatori scelti per eseguire il “Piano silenzio”, interrompere le comunicazioni telefoniche e chiudere i trasmettitori delle radio filo governative. Alle cinque intanto, alla casa presidenziale, Allende riceve una telefonata. Dall’altro capo dell’apparecchio c’è il generale Jorge Urrutia, vice comandante dei Carabinieri. “Le truppe della Marina si stanno radunando nelle strade di Valparaiso, sono già uscite dalle caserme”. L’ordine di Allende è categorico: chiudere subito la strada che collega Valparaiso a Santiago. L’ufficio del viceammiraglio Patricio Carvajal nel Ministero della Difesa si trasforma dalle sei del mattino nel quartiere generale dei golpisti. Si trova a pochi metri dal Palazzo della Moneda, un luogo strategico per controllare gli spostamenti di Allende e dei suoi uomini.
Le sei e mezza. Allende si veste nel modo più informale: pantaloni grigi, giacca di tweed, golf di cachemire a collo alto. Al capitano dei Carabinieri José Munoz, Allende dice: “Andiamo alla Moneda, scelga la strada migliore e più rapida”. Le automobili Fiat 125 blu escono dalla casa presidenziale. Un ufficiale della Polizia Civile osserva la loro manovra a distanza, attiva il suo apparecchio radio e informa il Ministero della Difesa della partenza di Allende. Il golpe è in atto. I blindati dei carabinieri si appostano intorno alla Moneda. Alle sette e trenta, il Presidente entra dal cancello principale della sede del Governo con le auto in carovana, scende dalla vettura e sale per l’ultima volta la scala di marmo che porta al primo piano. La prima chiamata è del leader socialista Carlos Altamirano. “Dissi ad Allende che la Moneda era un luogo pericoloso per guidare le operazioni: c’era una sollevazione della Marina e i generali dell’Esercito e dell’Aviazione non rispondevano al telefono, sembravano volatilizzati”. Allende prende fiato e risponde al senatore socialista: “No, ti sbagli Carlos, il posto del Presidente è il Palazzo della Moneda, nessun altro”. In quel preciso istante, a duecento metri di distanza, i golpisti arrestano il ministro della Difesa Osvaldo Letelier. Nello studio presidenziale, tre telefoni sono collegati direttamente con le radio Magallanes, Corporación e Portales. Alle sette e cinquantacinque, Allende prende il microfono e diffonde la sua prima comunicazione. Annuncia l’infedeltà alla democrazia delle truppe della Marina e chiede ai cittadini di raggiungere i propri posti di lavoro, mantenendo la calma.

“In ogni caso, io sono qui, nel palazzo del Governo, e resterà qui difendendo il governo che rappresento per volontà del popolo”.
Due minuti dopo, un aereo militare distrugge l’antenna trasmittente di Radio Corporación. Il primo proclama militare viene emesso dalla catena radiofonica della destra alle otto e trenta. La voce dura e sgraziata del tenente colonnello Roberto Guillard impartisce gli ordini. “ Tenendo presente la gravissima crisi sociale e morale che mette in pericolo in Paese, il signor Presidente della Repubblica deve procedere alla immediata consegna del suo Alto mandato alle Forze Armate e ai carabinieri del Cile”. Segue la firma di tutti i generali coinvolti nel colpo di Stato. Allende torna a parlare da Radio Magallanes, in aperta sfida ai golpisti.

“Non darò le dimissioni. Denuncio davanti al Paese l’incredibile atteggiamento di soldati che mancano alla loro parola e al loro impegno. Faccio presente la mia decisione irrevocabile di continuare a difendere il Cile nel suo prestigio, nella sua tradizione, nella sua forma giuridica, nella sua Costituzione”.
Gli aerei militari volano sempre più bassi sopra la Moneda. Allende, i suoi consiglieri, la guardia presidenziale (Gap) è appostata all’interno del palazzo. I Carabinieri e la Polizia Civile presidiano ormai buona parte della città. Il Presidente è ancora seduto nel suo ufficio con il microfono in mano.

“In questo momento passano gli aerei. E’ possibile che ci bombardino. Però sappiate che restiamo qui per dimostrare, per lo meno con i nostro esempio, che in questo Paese ci sono uomini che sanno compiere il loro dovere…”.
Alla Moneda, giunge la telefonata del viceammiraglio Patricio Carvajal che propone ad Allende un salvacondotto: un aereo per lui e per la famiglia che li possa portare lontani dal Cile. Allende risponde: “ Ma cosa avete creduto, traditori di merda. Mettetevi in vostro aereo nel culo. Lei sta parlando con il Presidente della Repubblica. E il Presidente eletto dal popolo non si arrende”. Allende è preoccupato per le sorti del Paese ma non perde la calma. Prende il fucile Aka e se lo mette in spalla. Poi passa in rassegna le sue truppe di difesa. Diciotto detective, venti uomini del Gap, ministri e collaboratori. Meno di cento persone. Sull’impugnatura dell’ arma, si può scorgere una placca di bronzo con la scritta: “A Salvador, da suo compagno d’armi Fidel Castro”.
La scena si sposta poco dopo nella sala degli addetti militari. Davanti ad Allende, ci sono tre ufficiali golpisti, Sànchez, Badiola e Grez. “ Presidente, devo trasmetterle il messaggio della mia istituzione. La Forza aerea ha preparato un Dc6 con l’ordine di portarla dove lei vorrà. Ovviamente il viaggio include la sua famiglia e le persone che lei ritiene di portare con sé”, dice il comandante Sànchez. Ma Allende è pronto al suo ultimo sacrificio: “No, signori, non mi arrenderà. Dite ai vostri Comandanti che non me ne andrò da qui, che non mi consegnerò. Questa è la mia risposta. Non mi tireranno fuori vivo da qui, anche se bombarderanno la Moneda. E guardate, l’ultimo colpo me lo sparerò qui…E ora andatevene via da qui. Tornate alle vostre Istituzioni, è un ordine ”.
In quelle ore, Hector Carrasco si trova nella sede della Gioventù Comunista.

“In quelle prime ore dell’11 settembre, nelle sede della Gioventù Comunista squillavano i telefoni in continuazione. Nessuno però sapeva cosa stesse accadendo. Le stazioni radio comunicavano notizie frammentarie e i telefoni tornavano a suonare. C’erano due stanze dove normalmente si riunivano i componenti dei gruppi di autodifesa. Mi trovai davanti al responsabile, Galvarino Diaz. Mi disse: ’Santiago brucia, Hector, non ci sono più dubbi. E’ necessario far uscire tutte le armi da qui. Potrebbero arrivare i militari da un momento all’altro, non le devono trovare. Possiamo utilizzare la Fiat 600 di Miriam’. Così iniziò il nostro viaggio a Santiago in quel 11 settembre di trenta anni fa”.
Non c’è tempo da perdere. Il golpe è in atto e i militari attendono solo il momento propizio per arrestare i militanti della Gioventù Comunista. Hector, Miriam, Galvarino e Mao nascondono le armi sotto i sedili della vettura: due Colt 45, una Thompson, tre mitragliette Uzi e quattro bombe a mano. Si dirigono verso i quartieri operai della città. L’obiettivo è trasportare l’arsenale nella poblacion di La Victoria. Il viaggio è lungo e rischioso, i posti di blocco dei militari sono ovunque. Da lontano scorgono un gruppo di soldati con una fascia sul braccio sinistro. Fermano ogni macchina, Monocicletta, persone a piedi e in bicicletta. Loro si fanno ancora più piccoli dentro quella 600. Dieci soldati con i fucili puntati li bloccano, intimano di scendere. Poi si trovano fuori, con le braccia appoggiate alla vettura mentre i soldati iniziano la perquisizione.
“I vostri documenti dove sono? Dove state andando? Da quale zona provenite?”. Hector sente un brivido dietro la schiena e pensa: “Accidenti…la tessera della Gioventù Comunista.. sta nel portafoglio”. “Che cos’è quella tessera azzurra”- gli chiede un ufficiale dell’esercito. Hector risponde con calma: “E’ la tessera d’iscrizione al club degli universitari che si occupano di cultura, sport e ricreazione”. Sul tesserino non c’è il simbolo del Partito, c’è il disegno di una margherita con i colori giallo, blu e azzurri. Hector è convinto di averla fatta franca ma ci sono ancora le armi nell’auto. Un soldato si avvicina a Miriam, capelli biondi, il corpo snello, gli occhi languidi e azzurri. Dalla borsa, lei estrae un porta-documenti verde. Sulla parte esterna è ben visibile lo stemma del Rotary Club, sede di Arica. A quel punto, il militare si mette sull’attenti: “ Signorina, perché non ha detto subito chi era? E cioè la figlia di Don Gustavo? Se lo avessi saputo prima le avrei evitato tutti questi inconvenienti”. Così ordina agli altri militari di interrompere la perquisizione. Miriam è figlia del Presidente del Rotary e i soldati hanno un’ammirazione profonda per quel club.
I ragazzi sono salvi ma il viaggio non si è ancora concluso. Lungo la Panamericana camminano migliaia di persone, a piedi, senza una meta definita. In giro si vedono pochi autobus. In quel preciso momento, Galvarino chiede a Miriam di accendere la radio. E lei gira veloce la manopola. “Siamo in contatto con Radio Magallanes”, urla a gran voce. Dagli altoparlanti si sentono le ultime parole di Salvador Allende. Hector, Miriam, Mao e Galvarino sono ormai lontani. Le loro armi sono già al sicuro.

“…Lavoratori della mia patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che sempre avete avuto, la fiducia che avete posto in un uomo che fu solo interprete di grandi aneliti di giustizia, che impegnò la sua parola di rispettare la costituzione e la legge, e così fece. In questo momento definitivo, l’ultimo in cui posso rivolgermi a voi. Spero che impariate dalla lezione. Il capitale straniero, l’imperialismo, unito alla reazione, ha creato il clima perché le Forze Armate rompessero con la loro tradizione (…) Mi rivolgo soprattutto alla donna modesta della nostra terra: alla contadina che credette in noi, all’operaia che lavorò di più, alla madre che conobbe la preoccupazione per i figli. Mi rivolgo ai professionisti, patrioti, a coloro che da giorni stanno lavorando contro la sedizione appoggiata dai collegi professionali, collegi di classe creati anche per difendere i vantaggi di una società capitalista. Mi rivolgo alla gioventù, a coloro che cantarono e donarono la loro allegria ed il loro spirito di lotta; mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a coloro che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo già da molte ore è presente con molti attentati terroristi, facendo saltare ponti, tranciando linee ferroviarie, distruggendo oleodotti e gasdotti, di fronte al silenzio di chi aveva l’obbligo di intervenire. Si sono compromessi. La storia li giudicherà. Sicuramente Radio Magallanes, sarà oscurata ed il metallo tranquillo della mia voce non giungerà a voi. Non importa mi sentirete comunque. Sempre sarà con voi, per lo meno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale alla patria. Il popolo deve difendersi, ma non sacrificarsi. Il popolo non deve lasciarsi colpire e crivellare, ma nemmeno può umiliarsi. Lavoratori della mia patria: ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio ed amaro, nel quale il tradimento pretende d’imporsi. Proseguite voi, sapendo che, non tardi ma molto presto, si apriranno i grandi viali alberati dai quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori!…queste sono le mie ultime parole, ho la certezza che il sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, almeno, ci sarà una sanzione morale per punire la fellonia, la codardia ed il tradimento”.
Un silenzio sorprendente resta sospeso nell’aria di Santiago del Cile quando Allende ritiene di aver finito il suo discorso. Il suo ultimo appello al Paese. Poi giunge la morte, improvvisa, fulminea. Gli aerei colpiscono la Moneda, il fumo acre, i blindati dei Carabinieri si fanno sempre più pressanti, i collaboratori di Allende escono dal palazzo. Dentro al palazzo i pochi rimasti con Allende si mettono le maschere antigas, poi sparano dalle finestre. Le pallottole, le bombe, la battaglia, fino a quell’ultima parola del Presidente ascoltata dal detective David Garrido: “Allende non si arrende”. Le quattordici e un quarto. Allende si uccide con l’ultima pallottola rimasta nel suo Aka. Proprio come ha promesso ai militari infedeli. Si uccide perché non intende dargliela vinta.

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