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Le stragi del 93 – Daniele Biacchessi

27 luglio 1993, Milano si sta spopolando. Di macchine ne passano poche. Chi resta in città si gode un pò di fresco nei luoghi di cinema, in quelli di musica. Alle 23,15, tutti i milanesi si fermano. Si sente un rumore lontano, sordo. Un’autobomba esplode in via Palestro a Milano, davanti alla Villa Reale. Il Padiglione di Arte Contemporanea viene distrutto. Moriranno cinque persone. Tre pompieri, un vigile urbano, un immigrato marocchino che dormiva su una panchina del parco. Alessandro Ferrari, 30 anni, Carlo Locatena, 26 anni, Sergio Pasatto, 34 anni, Stefano Picerno 37 anni, Driss Musafir, 44 anni. Altre sette persone, in maggioranza vigili del fuoco e vigili urbani.

Pochi minuti dopo la stessa scena si sposta a Roma. Due ordigni esplodono, uno sul retro della Basilica di San Giovanni in Laterano dove ha sede la Curia. L’altro davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro.

Nelle stesse ore viene registrato un black out a palazzo Chigi, la sede del Governo. Rimarrà isolata per alcune ore. Gli attentati vengono messi subito in relazione a quelli in via Fauro a Roma (14 maggio 1993) e in via dei georgofili a Firenze (27 maggio 1993, 5 morti)

La macchina utilizzata dagli attentatori é una Fiat Uno imbottita di esplosivo. Come a Firenze alla Galleria degli Uffizi, anche a Milano si sceglie un luogo d’arte per il nuovo attentato. Pochi minuti prima dello scoppio, la Fiat Uno viene segnalata da una coppia di giovani ad una pattuglia di vigili urbani. Dalla vettura esce infatti del fumo nero. I vigili pensano subito ad un principio d’incendio. Chiamano così, con l’autoradio, i pompieri che inviano sul luogo mezzi e soccorsi. Tre vigili del fuoco si avvicinano all’auto, tentano di aprire il cofano, si rendono suibito conto della trappola. E’ un autobomba, non un incendio. Intravedono al miccia a lenta combustione già accesa. E uno di loro grida: “C’é una bomba..”. Ma non fa in tempo a salvarsi. Lo scoppio é devastante. L’esplosione crea in via Palestro una fossa e ampia due metri per tre. Il Padiglione d’Arte Contemporanea si sbriciola. Ci vorranno anni per ricostruirlo.

Quella di via Palestro a Milano chiude la stagione delle stragi del 1993. 10 morti, 95 feriti.
14 maggio 1993. Roma, via Fauro, Ore 21,45, 24 feriti. Probabile obiettivo, Maurizio Costanzo.
27 maggio 1993. Firenze, via dei Georgofili,. Ore 1,04. 5 morti, 37 feriti. Agli Uffizi, tre dipinti sono perduti per sempre. 173 restano danneggiati, insieme a 42 busti e 16 statue.

27 luglio 1993. Milano, via Palestro.. Ore 23,15. 5 morti, 12 feriti.
Roma, Chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. 28 luglio 1993. Ore 0,03. Danni gravissimi ai due edifici.

La stagione delle stragi comprende anche un fallito attentato allo stadio Olimpico a Roma nell’autunno del 1993. Nel mirino dovevano entrare un centinaio di carabinieri. Il fallito attentato contro il pentito Totuccio Contorno a Formello, il 14 aprile 1994.

La cupola di Cosa Nostra aveva progettato quegli attentati per dare un messaggio alla politica, alle istituzioni per la legge sul 41 bis, il carcere duro ai boss mafiosi. Il messaggio doveva contenere il terribile T4, contro persone comuni, vittime innocenti, contro il patrimonio artistico del paese.

Per le stragi del ’93 c’è una verità storica.

I possibili mandanti politici si intravedono nelle ombre della strategia della tensione, sono scritti oggi nei verbali dei pentiti, nei faldoni delle inchieste dei magistrati, ma non sono mai stati individuati.

Anni dopo. La mafia tace. Non più bombe contro cose e persone. Non più sangue. Solo una vecchia strategia, quella di sempre. La strategia del silenzio.

‘Calati junco che la piena adda passari’.

“Calati albero che la piena deve ancora passare.”

La mafia per il momento sta a guardare. Ancora per il momento.

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