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La Resistenza e la memoria- Daniele Biacchessi

La Resistenza e la memoria

Daniele Biacchessi

24 luglio 1943, ore 17: inizia la riunione del Gran Consiglio del Fascismo, organismo costituzionale e direttorio politico del Partito Nazionale Fascista,  Alle 3 di notte del 25 luglio, viene approvato l’ordine del giorno dei gerarchi Giuseppe Bottai, Dino Grandi e Galeazzo Ciano, prevede la restituzione dell’alto comando al Re. Benito Mussolini viene destituito e subito arrestato.

25 luglio, ore 22:45: il popolo italiano apprende dalla radio che il Re ha assunto il comando supremo delle Forze Armate e il piccolo maresciallo Pietro Badoglio il governo militare del paese con pieni poteri. Poco dopo il piccolo Badoglio indica già le sue prime direttive. Non so se avete presente, il piccolo Badoglio che detta le sue condizioni:

«… la guerra continua e l’Italia resta fedele alla parola data… chiunque turbi l’ordine pubblico sarà inesorabilmente colpito».

Benito Mussolini, ormai ridotto a un ducetto, viene trasferito per tre giorni alla caserma della Legione Allievi Carabinieri, nel quartiere Prati di Roma. Poi spostato via mare nelle isole di Ventotene, Ponza, Maddalena. Infine, rinchiuso in una cella a Campo Imperatore, sorvegliato da duecentocinquanta uomini tra carabinieri e guardia di finanza.

Ovunque, nelle città e nei paesi, manifestazioni di piazza salutano la caduta del regime fascista.

3 settembre 1943: a Cassibile, in Sicilia, viene firmato il testo del breve armistizio tra il generale Giuseppe Castellano, per conto del maresciallo Pietro Badoglio, e il generale Walter Bedell Smith, per conto di Dwight D. Eisenhower, comandante supremo delle forze alleate nel Mediterraneo.

8 settembre 1943, ore 19:45: dopo cinque giorni di lunghe ed estenuanti trattative, il piccolo Pietro Badoglio annuncia l’armistizio dai microfoni dell’E.I.A.R.:

«Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la schiacciante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi danni alla nazione, ha chiesto l’armistizio al generale Eisenhower… La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Roba da duri, gente con le palle, gente che non ha paura, che sfida il nemico a testa alta, direte voi. E invece no…..

9 settembre 1943, ore 5:10: il Re, la famiglia reale e Pietro Badoglio, seguiti da un corteo di generali e funzionari, abbandonano Roma diretti a Pescara, dove li attende una corvetta che li trasporta in Puglia. L’Italia è ormai occupata da ore dai nazisti. L’esercito regolare muore schiacciato da una guerra più grande delle sue possibilità militari, abbandonato a se stesso nelle ore dell’agonia, dal Re e dal comando supremo militare. Gli ufficiali di professione attendono ordini che non arriveranno mai. I soldati sfondano le porte, escono dalle camerate, abbandonano le caserme, le armi pesanti e leggere, i mezzi, i “muli di Badoglio”, barattano per pochi soldi ogni abito borghese, ogni via di scampo, ogni ritorno a casa. L’Italia si trasforma in un’immensa retrovia dove i soldati fuggono e si nascondono nelle case di famiglia, nei boschi, nelle valli, tra sentieri impervi e piccoli borghi e rifugi di montagna.

Intanto, il feldmaresciallo Erwin Rommel liquida le nostre armate al Nord, il feldmaresciallo Albert Kesserling quelle del Sud, mentre si oppone alle forze anglo-americane, sbarcate a Salerno e Taranto.

E allora? Che si fa in questi casi?

Allora inizia la Resistenza.

La guerra dell’Italia partigiana incomincia proprio quando termina la guerra del regime. L’armata ribelle si forma dopo la disfatta di quella regia e fascista. All’inizio sono poche migliaia di persone. In certi luoghi di montagna, mentre scendono a valle i soldati dell’esercito in rotta, risalgono gruppetti di studenti universitari, operai delle fabbriche delle città, ufficiali del corpo degli alpini, intellettuali, scrittori, giornalisti, professionisti affermati, contadini. La minoranza del settembre 1943 è l’avanguardia di una Resistenza che ha radici lontane: nelle fabbriche, nei campi, nelle scuole, nelle prigioni, tra i fuoriusciti in Francia e i confinati a Ventotene, fin dentro l’esercito fascista. I Comitati di opposizione interpartitici diventano Comitati di Liberazione Nazionale, CLN. Persone con idee diverse, spesso contrapposte, ma unite da un’idea comune: organizzare la lotta armata contro gli occupanti tedeschi.

13 settembre 1943: la radio tedesca annuncia la liberazione di Benito Mussolini dalla sua prigione, un albergo sul Gran Sasso d’Italia. Il giorno dopo il Duce va a Rastenburg, in Germania, in aereo. Hitler lo attende davanti al bunker. Mussolini è nelle sue mani, il Führer è il suo padrone politico e militare. Il Duce è ormai un fantoccio del Terzo Reich.

18 settembre 1943: da Radio Monaco, Benito Mussolini riprende le redini del “nuovo fascismo” nato sotto l’ombrello nazista:

«Riprendere le armi a fianco della Germania e del Giappone, nostri alleati… preparare senza indugio le nostre Forze Armate attorno alle formazioni della Milizia… eliminare i traditori…».

Nell’Italia occupata dai nazisti nasce la Repubblica Sociale Italiana.

I ribelli si posizionano sopra Boves (teatro della prima strage nazifascista nel nostro paese), tra i laghi Maggiore e di Como (all’hotel Meina vengono trucidati un gruppo di ebrei), sulle Prealpi venete, sopra Sassuolo, sul Monte Amiata, sul Pratomagno, nelle valli abruzzesi.

La guerra di liberazione è lunga, dura, estenuante.

Prosegue tra forti avanzate, rastrellamenti dei nazifascisti, faticose ritirate, umilianti ripiegamenti, ancora avanzate, azioni di sabotaggio e attacchi contro postazioni strategiche, occupazioni di paesi e valli (Alba e Langhe, Montefiorino, Ossola, Valsesia sono i luoghi più importanti), insurrezioni di città (Napoli, Firenze, Milano, Torino, Genova), fino all’aprile del 1945, i giorni della resa dei conti finale e della libertà conquistata.

A che prezzo?

Dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945: 45.000 partigiani civili italiani morti in combattimento o fucilati dopo atroci torture; 22.000 mutilati e invalidi; 45.000 soldati uccisi in azione, quelli che dopo l’8 settembre 1943 decidono di schierarsi contro i nazifascisti; oltre 10.000 militari della Divisione Acqui, impegnati a Cefalonia e Corfù assassinati dai nazisti; 650.000 soldati rinchiusi nei lager per essersi rifiutati di aderire alla Repubblica di Salò, 40.000 sterminati, come altri 36.000 civili; 15.000 tra civili, partigiani, simpatizzanti della Resistenza trucidati nelle oltre duemila stragi naziste e repubblichine avvenute in Italia.

Dal 1943 al 1945, l’Italia occupata dai nazisti diventa un enorme mattatoio dove gli oppositori al regime fascista vengono arrestati illegalmente, trasferiti in ville tristi come Villa Fossati a Milano, cantine, pensioni anonime come Oltremare e Jaccarino a Roma, trasformati in luoghi di detenzione come il palazzo di via Rovello dove la tortura è una pratica sistematica per i prigionieri.

La Carovana della morte, il Reparto Speciale di Polizia guidato da Pietro Koch, scivola lungo l’Italia come serpe affamata, cerca uomini e donne con idee diverse per placare la sua sete di sangue.

Il Reparto Speciale di Polizia entra nelle loro case.

Li stana come animali braccati: incatena le loro mani.

Mani grosse.

Non affusolate e ben curate come quelle degli aguzzini, ma mani da macellai, enormi.

Mani di contadini rugose, screpolate.

Mani di meccanici, sempre un po’ macchiate d’olio esausto.

Mani di donne giovani, ma già abituate a tirar su tre figli: mani forti per non crescere delinquenti, mani delicate per non lasciarli in balia della notte, svegli.

Mani di lavoratori che non hanno orario se non seguire la luce del giorno e l’oscurità della notte.

Mani callose di falegnami.

E poi ancora.

Mani di elettricisti coi capelli lunghi tenuti legati dietro la testa.

Mani di operai e manovali capaci di alzare 150 chili senza la paura di cadere sfiniti.

Mani di carta vetrata, con la polvere che è ormai tutt’uno con la pelle, sono le mani dei minatori di pietre che feriscono talvolta.

E tuttavia non fanno male come le bastonate che schioccano quei vigliacchi in guanti neri o guanti bianchi.

Aguzzini le cui mani sotto la pregiata stoffa che le nasconde sono rosse di sangue altrui, incancrenite di dolore appiccicato per sempre, eterna condanna.

Una volta che ha completato il carico, la carovana della morte, il Reparto Speciale di Polizia riprende il suo viaggio per giungere alla destinazione finale: Villa Fossati detta Villa Triste.

Uomini, donne, ragazzi, ragazze, gente felice lasciata in balia di aguzzini feroci passano da Villa Triste nei soli 45 giorni milanesi.

Non tutti vengono uccisi: ma cosa vedono i loro occhi?

Quanta voglia di campare può esserci per gente che ha visto esseri umani tramutarsi in dèmoni, facce deformate dalle urla del comando?

Quale orizzonte puoi inseguire, se hai sentito uomini e ragazzi e donne provare sulla pelle ancora liscia la cancrena del bastone, il gemito del collo spezzato…

Il fuoco dell’inferno divora la speranza di un futuro.

Il terrore fa prigionieri gli occhi.

Quando gli uomini di Pietro Koch arrivano a Milano nel giugno del 1944, si portano dietro un numero elevato di nefandezze.

A Roma la banda Koch fornisce a Kappler, Pribke, Hass liste di detenuti poi mandati al macello alle Fosse Ardeatine.

Ma a Milano Pietro Koch perfeziona la tecnica.

Quando gli aguzzini entrano nelle case di antifascisti e partigiani rubano i loro averi.

Oggetti di valore, denaro, gioielli, orologi, pellicce, fucili da caccia, indumenti calze da seta, generi alimentari, persino protesi dentarie in oro.

Poi trasferiscono i detenuti nelle camere di sicurezza di Villa Triste.

Le persone arrestate vengono fatte oggetto di sevizie particolarmente efferate: formidabili pugni, schiaffi, calci, colpi inferti mediante bastoni di legno e di ferro, anche a spirale intrecciata e retrattili, frustini, nervi di bue, fustigazione dei testicoli.

I detenuti vengono portati in una cella detta carbonaia, richiusi in un pertugio detto “buco”, legati in due l’uno all’altro e appesi per giorni senza mangiare.

Alcuni sono costretti a pulire il pavimento dal proprio sangue con i gomiti.

Altri vengono trasportati per le scale tenendoli per i piedi così che il capo batte ogni scalino.

Colpi fortissimi vengono inferti alla regione cardiaca e al centro dello stomaco, oppure dritti contro gli occhi e le orecchie per provocare cecità e sordità, oppure ancora colpi alla mascella diretti a svellere i denti.

Ad altri ancora viene applicato alla fronte un semicerchio di ferro con due punte alle tempie oppure un telaio in legno che comprime il corpo umano contro una striscia chiodata.

Per i detenuti delle Ville tristi si alternano docce gelide e bollenti, gelide e bollenti, gelide e bollenti, così per ore, che diventano giorni.

Tortura per estorcere informazioni preziose, per demolire la dignità delle persone, per ucciderle…

Ma non subito… no…

Poco alla volta…

Gli aguzzini delle Ville Tristi ne studiano di notte e di giorno… bisogna esserci portati… non si possono compiere certi atti efferati e magari poi tornare a casa, baciare i propri figli come se nulla fosse successo…

Non puoi dire che torturi solo per il piacere di veder soffrire vite umane…

Torturi perché vuoi annullare ogni possibilità di opporsi ad un sistema che tu stesso hai costruito.

Non é una follia patologica, è una lucida consapevolezza.

Luoghi di tortura dove si entra e non si esce vivi.

Case anonime, garage, ville che si trasformano in centri di detenzione.

E hanno nomi precisi… indirizzi… località….

A Milano…Via Paolo Uccello, via Rovello.

Ora se credi ti possa esser bastato

Voglio che mi accompagni fino in fondo alla caina

Là dove l’uomo non è mai arrivato

Là dove vi è la disumana violenza e la rovina.

Qui l’arte non riesce più a sostenere

La metafora, l’immagine, il suono dell’abisso

Perché il confine non lo puoi oltrepassare

Perché laggiù l’uomo, non è più uomo: è crocifisso.

Le menti lucide di carnefici senza ritegno

Annullano il concetto primitivo di razza umana

Non riesco più a pensare, abbasso gli occhi e mi sdegno

Di fronte ad un boia ancor più feroce di una mammana.

Cosa può esserci di più tremendo di violenta morte?

Cosa si può immaginare che superi qualsiasi aberrazione?

Apri gli orecchi quel che sto per dirti è veramente troppo forte

E se vuoi andartene, fallo ora, è la tua ultima occasione.

Per dirti questa cosa non voglio usare mezze parole

Perché se dici di appartenere al genere umano

È ora di illuminare la coscienza con il sole

È ora di gridare, agire e fare un gran baccano.

Chino il capo come uomo abbattuto da altro uomo

Non chiedo perdono per i boia degli abissi

Taccio, ma non sarò mai domo

E griderò con tutta la mia rabbia e con gli occhi vergognosi e bassi

Che ormai il tempo della giustizia è tramontato

Questo è il tempo della verità e dei grandi passi.

Come ricordare oggi i valori della Resistenza?

La memoria è come un film in bianco e nero.

A volte viene nascosta, chiusa chiave nei cassetti della storia.

Ma altre volte, quella memoria torna, ritorna, e lascia tracce.

Non è memoria buona per anniversari, per tutte le stagioni, buona per parate militari, per finti applausi, buona per politici con la bandiera italiana in mano e l’ipocrisia nel cuore.

E’ memoria viva, quotidiana, un ponte tra generazioni diverse che vivono o hanno vissuti tempi diversi.

E’ un impegno civile, quotidiano, fatto di piccole cose, di gesti, di atti pubblici, soprattutto di parole.

Io racconto una storia a te e tu la racconterai ad altri figli, ad altri amici.

E fino a quando queste storie avranno gambe per poter camminare, queste storie non moriranno mai.

Quando qualcuno si stancherà di raccontarle, queste storie moriranno due volte, con le persone e con le ingiustizie.

“I gendarmi del revisionismo” e “I gendarmi della memoria”.

Si, siamo fieri e orgogliosi di questa definizione, siamo proprio i “gendarmi della memoria”.

Siamo quelli che hanno deciso di stare da una parte, non abbiamo cambiato bandiera solo per vendere qualche libro in più.

Pensiamo cioè che il peggiore dei partigiani stava dalla parte della democrazia, e il migliore dei repubblichini di Salò era alleato dei nazisti responsabili dello sterminio pianificato di milioni di ebrei e di oppositori politici.

Nessuna parificazione tra partigiani e fascisti.

Il sangue dei vinti non può essere mischiato con quelli dei vincitori.

Niente retorica ma giù le mani dai valori scritti nella nostra Costituzione, la più bella in Europa, valori antifascisti.

Costituzione italiana

Art. 1.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo.

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge.

Art. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro.

Art.10

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Art. 11.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Art. 17.

I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.

Art. 32.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Art. 34.

La scuola è aperta a tutti.

E’ per questi e altri motivi che i nostri padri hanno combattuto il fascismo, hanno sognato un paese democratico.

Non disperdiamo mai questi valori.

E’ la nostra carta d’identità, il nostro dna, l’unico modo per stare insieme davvero.

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