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Storie dall’altra Italia – Daniele Biacchessi

Storie dall’altra Italia

Daniele Biacchessi

La vera mafia non è quella dei picciotti che girano con coppola e lupara a Corleone, che sparano in mezzo alle strade di Palermo e Catania.

E’ roba di fiction televisiva, roba vecchia.

La mafia è un’altra cosa.

Ad esempio c’è un ufficio elegante all’ultimo piano di un palazzo del centro storico di Milano. Mobili antichi, quadri d’epoca, sculture, suppellettili dal valore inestimabile.

È la sede centrale di una società solo apparentemente pulita.

Dietro a prestanome dai colletti bianchi, si nasconde una delle molte aziende che riciclano il denaro sporco della criminalità organizzata.

Sono le lavanderie della mafia.

Operano in tutto il Nord Italia, proprio dove si concentra la parte più consistente del prodotto interno lordo italiano.

Appalti, traffico di stupefacenti, armi, usura, prostituzione, traffico di esseri umani, bische, scommesse clandestine.

E allora che succede?

Succede che se tu sei seduto sul tuo bel divanetto di pelle, accendi un computer, entri in un sito di una banca che opera in qualche paradiso fiscale, entri nella banca dati del sistema, inserisci una password e accedi ad un conto corrente cifrato.

Così sposti che so…50 milioni di dollari da quel conto ad un altro coperto e cifrato alle isole Cayman.

Quando l’investigatore si mette sulle tue tracce e arriva ad un centimetro dal tuo conto corrente alle Isole Cayman, tu sposti quel denaro ad un altro conto cifrato in una banca delle Isole Vergini.

E quando l’investigatore zelante arriverà con il suo carico di sapere alle Isole Vergini tu lo fotterai spostando i soldi ad Hong Kong.

Come in una sorta di gioco dell’Oca.

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una sua fine.

Così scriveva Giovanni Falcone.

Ma per accelerare la sua fine c’è bisogno di impegno civile, pazienza, volontà, conoscenza, e tanto coraggio.

L’Italia è il paese delle mille leggi buone ma poco applicate.

C’è n’è solo una che fa più paura ai boss di Cosa Nostra, della Camorra, della n’drangheta, della sacra Corona Unita.

Si chiama legge n. 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie.

Si perché la mafia la colpisci certamente con gli arresti, ma soprattutto colpendola nel conto corrente. La legge prevede l’assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita a quei soggetti – associazioni, cooperative, Comuni, Province e Regioni – in grado di restituirli alla cittadinanza, tramite servizi, attività di promozione sociale e lavoro.

A oggi sono oltre 28mila i beni sequestrati alle mafie per un valore complessivo di 15miliardi di euro.

Almeno 11 mila i beni confiscati.

La maggior parte si trovano in Sicilia, Campania, Calabria, Puglia, ma anche in Lombardia e nel Lazio.

Il lavoro sui terreni confiscati ha portato alla produzione di olio, vino, pasta, taralli, legumi, conserve alimentari e altri prodotti biologici realizzati dalle cooperative di giovani e contrassegnati dal marchio di qualità e legalità Libera Terra.

Ogni anno su questi terreni si svolgono i campi di volontariato internazionale con giovani provenienti da ogni parte del mondo.

Ad esempio la Cooperativa Placido Rizzotto effettua l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, creando opportunità occupazionali ispirandosi ai principi della solidarietà e della legalità. Il metodo di coltivazione scelto è quello biologico e le produzioni sono tutte artigianali, al fine di garantire la bontà e la qualità dei prodotti che conservano il sapore antico della tradizione siciliana.

In Calabria c’è la cooperativa sociale di lavoro e produzione “Valle del Marro-Libera Terra” che coltiva nella Piana di Gioia Tauro 60 ettari di terreni confiscati alla ‘ndrangheta.
I soci fondatori sono un gruppo di giovani che con la loro scelta etica e imprenditoriale, netta e inequivocabile, hanno deciso da quale parte stare, rifiutando la logica del compromesso, l’apatia del quieto vivere e la rassegnazione culturale all’onnipotenza mafiosa.

In Puglia cresce la cooperativa Libera Terra.

L’obbiettivo di fondo è dunque l’affermazione di un’idea di cooperazione sociale che vinca nella legalità, nella qualità, nella sostenibilità e che contemporaneamente segnali la capacità di restituire ai cittadini ciò che è stato sottratto con violenza e arroganza, perché diventi simbolo di un possibile riscatto, di giustizia e sviluppo per l’intera comunità pugliese.

Ma chi sono questi ragazzi che sfidano le mafie sul territorio?

Li chiameremo i ragazzi che hanno fatto l’impresa.

Ore 4, Massimiliano si sveglia.

Alle 5 deve essere sui campi, per raccogliere l’uva.

Massimiliano è un bracciante, ma molto particolare.

Unico.

Perché quando si sveglia è in carcere.

Perché lui è un 416bis, condannato a 12 anni per associazione a delinquere di tipo mafioso, la Sacra corona unita, la mafia pugliese.

Ma ora non è più un mafioso.

Coltiva le terre sottratte ai boss.

Dalla illegalità alla cultura della legalità.

Sono le storie che ci piacciono.

Sono storie dell’Altra Italia.

Non lasciamoli soli questi ragazzi

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