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Dario Fo, un mistero molto buffo – di Daniele Biacchessi

Dario Fo, un mistero molto buffo

Daniele Biacchessi

Chi glielo ha fatto fare a Dario Fo e Franca Rame, la coppia più longeva del teatro, a riportare in scena il “Mistero Buffo” dopo oltre 41 anni dalla sua prima rappresentazione?

Non si può dire che Fo e Rame avessero bisogno di una nuova consacrazione, neppure di una promozione dei loro nomi.

Fo e Rame volevano rimettere le cose al loro posto. Perchè nel teatro i drammaturghi contemporanei hanno bisogno di attualizzare i propri testi, rivedere le azioni e i gesti secondo i loro occhi e secondo quelli degli spettatori di oggi. Del resto dal 1969 ad oggi l’Italia è profondamente cambiata sul piano politico, sociale, economico. Così anche Dario Fo e Franca Rame e tutti i noi che c’erano.

Il 1969 è l’anno delle lotte di operai, contadini e studenti, l’anno delle bombe (la strage di Piazza Fontana a Milano),  della violenza politica di piazza, di forti tensioni internazionali tra le due maggiori superpotenze di allora (Stati uniti e Unione Sovietica).

Ma il 1969 è l’anno in cui si aprono nuovi scenari culturali in tutto il mondo: cinema, musica, letteratura, arte, poesia. E anche il teatro risente di quell’agitazione.

Ma il Mistero Buffo rimane qualcosa di diverso, qualcosa destinato a divenire mitico e simbolico. E resta oggi il testo teatrale italiano maggiormente rappresentato all’estero. Non si contano infatti le compagnie internazionali che si cimentano ancora oggi con la pièce di Fo.

Il “Mistero Buffo” viene infatti presentato per la prima volta come giullarata popolare nel 1969. L’opera è composta da monologhi  che descrivono alcuni episodi ad argomento biblico, ispirati ai vangeli apocrifi e ad alcuni racconti popolari sulla vita di Gesù. Sul palco Dario Fo reinterpreta quei racconti inventando un nuovo linguaggio, il grammelot, un miscuglio di dialetti italiani. E qui sta la novità. Mentre nella versione storica i dialetti provenivano da ricco nord, in quella attualizzata e portata in scena in questi giorni Dario Fo introduce dialetti del Sud, quasi a sottolineare che, al di là della retorica sul 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, il paese è coeso almeno quando va a teatro. Ed è unito dall’ammirazione di quanti deridono un potere che non cambia, che resta uguale, non migliora e si trasforma.

Così il linguaggio dei giullari, degli arlecchini, degli irriverenti cantastorie che mettono a nudo il potente di turno resta quanto mai attuale e l’operazione culturale di Fo e Rame pienamente riuscita.

E soprattutto viene confermata la motivazione del premio Nobel 1997 a Dario Fo:

“…..perché, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.



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