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La memoria di Pino Pinelli, ferroviere – Daniele Biacchessi

La memoria di Pino Pinelli, ferroviere.

Daniele Biacchessi

Ho scoperto che gli anarchici hanno le ali.  Non sono mica come gli altri uomini. Gli anarchici sono persone speciali che hanno ali grandi e possono volare, perchè sono gli unici eredi spirituali del vecchio Icaro.

Gli anarchici hanno le ali, volano imitando Icaro e amano lanciarsi dalle finestre delle questure, per fare dispetto al Potere.  Sembra una strana storia, ma è così.  E’ una storia accaduta proprio in Italia, 41 anni fa.

Dicembre 1969. Milano, nelle ore successive alla strage di piazza Fontana (17 morti, 88 feriti).

Gli inquirenti compiono perquisizioni nelle sedi delle principali organizzazioni della sinistra extraparlamentare. Per le Questure di Milano e Roma i colpevoli vanno cercati in quella direzione. Le indagini sfiorano qualche elemento di estrema destra, ma risparmiano Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale, i gruppi più importanti in attività in quegli anni. E’ a sinistra che guarda il commissario Luigi Calabresi: “Certo è in questo settore che noi dobbiamo puntare: estremismo ma di sinistra. Sono dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti”. Oltre ottanta fermati e arrestati. Su una decina di persone “gravano pesanti indizi”. Sono tutti anarchici dei circoli Bakunin e 22 Marzo: Giovanni Aricò, Annelise Borth, Angelo Casile, Roberto Mander, Emilio Borghese, Mario Merlino, Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda.

Milano,15 dicembre. Un cielo grigio, nebbioso. In Piazza Duomo hanno acceso perfino i lampioni. Milano si stringe attorno a quelle bare allineate, le vittime della strage di Piazza Fontana. La vista della piazza dall’alto è impressionante. Dentro non c’è posto per tutti, si distribuiscono nelle vie laterali, senza un ordine prestabilito. Una città si ferma e con lei tutto il paese. Sono lì da ore, hanno facce stanche, sono giovani, vecchi, bambini, operai e imprenditori,ricchi e poveri,tutti in silenzio,quasi a cercare una risposta alle mille domande. “Perché, perché questa strage. A chi giova, a chi giova tutto questo”, si domanda un operaio della Pirelli dentro la basilica mentre in sottofondo si sentono i canti dell’omelia funebre. Quando passano le bare, calano i cappelli dei pensionati, i baschi blu degli operai usciti dalle fabbriche, i segni della croce degli uomini e delle donne.

In quelle ore, il commissario di Milano, Luigi Calabresi invita Giuseppe Pinelli per una breve testimonianza nei locali della Questura. Lo vuole sentire, interrogare.

Quando entra nelle stanze della Questura di Milano Giuseppe Pinelli ha 41 anni. E’ sposato con Licia e ha due figlie. Lavora come frenatore delle Ferrovie dello Stato nella stazione di Porta Garibaldi. L’anarchico precipita dal quarto piano di Via Fatebenefratelli, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969. Cade proprio dalla finestra dell’ufficio di Calabresi. Assistono alla scena i sottufficiali Panessa, Caracuta, Mucilli e il tenente dei carabinieri Lo Grano.

Racconta Licia Pinelli.

“Venerdì 14 dicembre, è mattina. Ricevo una telefonata dalla Questura. Mi dicono di avvisare le Ferrovie che Pino è ammalato. Poche ore dopo mi richiamano. E’ in stato di fermo per accertamenti. Alle 22 del 15 dicembre mi chiama il dottor Calabresi, vuole il libretto medico di Pino. Chiedo spiegazioni. Il commissario afferma che Giuseppe sta meglio dove è. Poi i poliziotti suonano alla porta e ritirano il libretto. Passano le ore e i giornalisti mi avvisano che Pino è morto”.

Degli anarchici fermati in quei giorni, il commissario Luigi Calabresi si interessa a Pietro Valpreda. Lui si dichiara innocente grida ma per gli investigatori è l’autore materiale della strage. Il tassista Cornelio Rolandi riconosce in Valpreda, le sembianze del passeggero che accompagna davanti alla banca Nazionale dell’Agricoltura.

Quelle ore, Valpreda, se le è ricordate bene nella sua vita.

“Pinelli era un amico e un compagno. Il suo fermo di settantadue ore andò oltre i tempi consentiti dalla legge. Rimase nelle mani della polizia per due giorni circa ma si mosse. Telefonò alla moglie Licia. Era una libertà che un uomo sospettato di strage non poteva avere tanto che in caso di pesanti indizi, gli inquirenti si comportavano diversamente. Poi iniziò l’interrogatorio, intorno alle 22. A quel punto avvenne una discrepanza tra le settanta ore precedenti e le ultime due, prima della morte. Forse successe qualcosa che non era da collegare direttamente alla bomba di Piazza Fontana ? Non lo so. Una cosa è certa. Pinelli venne assassinato, sono convinto da anni. Io e Pino eravamo una cosa sola. Non si sarebbe mai suicidato. Voleva troppo bene alle figlie, Claudia e Silvia, alla moglie Licia. Credeva nei suoi ideali politici. Un’altra cosa certa è che il commissario Calabresi non era nella sua stanza nel momento della morte di Pino. C’erano invece un carabiniere e quattro poliziotti dei quali si conosceva tutto, nomi, cognomi, indirizzi. Calabresi sapeva chi ero. Ed era ancor più in contatto con Pinelli perché spesso si recava in Questura per i permessi delle manifestazioni. Sapeva che Pinelli era innocente. Del resto il commissario lo ferma e gli dice di seguirlo con il motorino. Ad un sospettato di strage erano cose che non si potevano permettere”.

Sulla morte di Giuseppe Pinelli, l’istruttoria andrà avanti fino all’ottobre 1975. Nella sentenza dell’allora giudice Gerardo D’Ambrosio, è scritto:

“L’istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli. Le contestazioni a carico dell’anarchico non crearono e non potevano creare in Pinelli il convincimento che la Polizia fosse in possesso di gravi elementi d’accusa nei confronti suoi o del movimento anarchico. Non è quindi verosimile che Pinelli si sia suicidato. La precipitazione non fu preceduta da alcun segno che potesse prevedere ciò che stava per accadere. La dinamica del passaggio del corpo oltre la ringhiera si esaurì nel volgere di frazioni di secondo”. D’Ambrosio dichiara “possibile ma non verosimile” l’ipotesi del suicidio, “assolutamente inconsistente” la possibilità del lancio volontario del corpo inanimato e “verosimile” l’ipotesi di un malore. Resta, a parere di D’Ambrosio, “l’improvvisa alterazione del centro di equilibrio”. Un “malore attivo”.

Per la morte di Pino Pinelli, ferroviere, innocente, anarchico con le ali, non c’è ancor oggi alcuna giustizia.

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