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Irpinia 30 anni fa- Il ricordo di Daniele Biacchessi

Irpinia 30 anni fa

Daniele Biacchessi

23 novembre 1980. E’ una fredda domenica come tante. Le famiglie italiane mangiano e guardano il telegiornale: le notizie della giornata, la politica, la cronaca, gli esteri, lo sport. Il flusso di notizie viene interrotto da una notizia che giunge da lontano.

Un potente terremoto del 6,9 rade al suolo una vasta zona del Sud, tra la Campania e la Basilicata. Si sbriciolano uno dopo l’altro Laviano, Lioni, Sant’Angelo de Lombardi, Calabritto, Teora, Conza della Campania, Balvano. Lesioni e crolli si verificano a Napoli, Avellino, Potenza, in ogni luogo.

Piccoli borghi antichi, poco prima erano cosa viva, fatti di persone e speranze, sogni e realtà, il 23 novembre sera non esistono più. Spariti, volatilizzati, sprofondati a valle dalle colline. Un inferno di detriti e macerie.

280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti.

L’entità drammatica del sisma non viene subito valutata. Il telegiornale  parla di una generica «scossa di terremoto in Campania». Solo a notte inoltrata emerge la più vasta entità. E in particolare solo nella tarda mattina del 24 novembre vengono rilevate le reali dimensioni del disastro. Uno dopo l’altro si aggiungono i nomi dei comuni colpiti, interi nuclei urbani sono cancellati, decine e decine fortemente danneggiati.

Allora ero redattore a Radio Regione, storica radio privata d’informazione di Milano. Decisi con l’amico e fotografo Marco Deidda di affrontare il lungo viaggio verso l’Irpinia. La protezione Civile aveva comunicato che chiunque fosse intenzionato a partire per le zone terremotate doveva essere autosufficiente. Partimmo con una 127 bianca. Quella macchina diventò ben presto la nostra casa per dieci giorni. Ci eravamo portati tutto, viveri compresi, soprattutto un sacchetto di plastica pieno di gettoni telefonici di rame, quelli vecchi, con la scalanatura in mezzo.

Non avevamo i mezzi della Rai. Allora noi inviati delle radio private d’informazione utilizzavamo fantasia, dimostravamo grande spirito di adattamento e gioco di squadra. Quando si riusciva a trovare una cabina di fortuna chiamavamo la redazione centrale. Da lontano, le linee sporche della Sip diventavano ancora più gracchianti e il gettone interrompeva per un micro secondo la comunicazione. Ma quelle cronache erano straordinarie.

Arrivammo il 24 novembre sera a Buccino. Una strada, una decina di morti sulle strade, persone abbandonate da Dio e dagli uomini, senza più niente . senza casa. Alcuni vagavano come zombie con le ciabatte e il pigiama dalla sera prima. Solo un radioamatore lanciava i suoi disperati appelli dall’etere che vennero ascoltati solo molte ore dopo il disastro.

Marco Deidda scattava fotografie con una Nikon senza motore, decine, centinaia di scatti:le mani, gli occhi, i volti delle persone, i calcinacci, gli effetti personali lasciati abbandonati in fretta, i ricordi, i quadri di famiglia. E io registravo lamenti, suoni, voci della disperazione, interviste. Mi ponevo domande e dubbi. Per giorni camminammo tra paesi distrutti, vecchi soli davanti a ciò che restava delle loro abitazioni, cani e animali abbandonati, tra un’odore forte e irrespirabile di morte e le urla di dolore dei familiari delle vittime.

Ricordo alcune scene che hanno accompagnato la mia memoria di cronista, nel corso del tempo.

Decine di bare allineate sul sagrato della chiesa di Sant’Angelo de Lombardi, nel silenzio e nell’incredulità generale.

Il paese di Laviano per centinaia di anni in collina sprofondato a valle.

Le continue e ripetute scosse di assestamento, certe volte perfino più forti di quella devastante del 23 novembre.

Il primo e il secondo crollo della scuola di Sant’Angelo de Lombardi.

Le lunghe code lungo le strade e autostrade di italiane di mezzi che trasportavano le case prefabbricate per i terremotati, gestite in modo clientelare.

L”assalto al forno di Eboli da parte della popolazione inferocita contro le istituzioni che distribuivano viveri seguendo il “modello Lauro”.

Il racket dei vestiti usati smistati dalla Protezione Civile a Potenza e Avellino.

Le vergognose menzogne di sindaci, assessori, ministri, sottosegretari, funzionari dello Stato,  alle varie conferenze stampa ascoltate a Napoli, Avellino, Potenza.

Ma ricordo anche le parole chiare e precise dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, un uomo per bene.

“Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi”

A trent’anni  dal terremoto dell’Irpinia le parole di Pertini suonano da monito, a futura memoria.

Martedì 23 novembre ore 13,30 Speciale di “Italia in controluce”.
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