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Storie di mafie in Lombardia-Daniele Biacchessi

Storie di mafie in Lombardia

Daniele Biacchessi

C’è un ufficio elegante all’ultimo piano di un palazzo del centro storico di Milano. Mobili antichi, quadri d’epoca, sculture, suppellettili dal valore inestimabile. È la sede centrale di una società solo apparentemente pulita. Dietro a prestanome dai colletti bianchi, si nasconde una delle molte aziende che riciclano il denaro sporco della criminalità organizzata. Sono le lavanderie della mafia. Operano a Milano e in Lombardia, proprio dove si concentra la parte più consistente del prodotto interno lordo italiano. Appalti, traffico di stupefacenti, armi, usura, prostituzione, traffico di esseri umani, bische, scommesse clandestine. Le infiltrazioni partono poco dopo il dopoguerra e la ricostruzione, e poco prima del boom economico.

Anni Cinquanta. Nel 1956 sbarca in Italia il boss di Cosa Nostra Giuseppe Antonio Doto, meglio conosciuto come Joe Adonis. Non è un mafioso qualsiasi. È il braccio destro del potente boss Lucky Luciano: con lui ha scalato fin dal 1915 tutti i vertici delle famiglie di Cosa Nostra americana. Poco prima di essere espulso dagli Stati Uniti, Joe Adonis dirige con Frank Costello e Meyer Lansky una delle più forti organizzazioni criminali a San Francisco, Chicago, Las Vegas. Quando giunge in Italia, Joe Adonis prima si reca a Napoli per due anni, poi nel 1958 si piazza in un appartamento al settimo piano di un palazzo di via Albricci, a Milano. Così detta le sue leggi, secondo una precisa scelta strategica decisa dall’organizzazione.

Adonis dirige un traffico internazionale di preziosi, soprattutto brillanti, con ramificazioni in Francia e Svizzera, e controlla il contrabbando di stupefacenti verso il Nord Europa, soprattutto Olanda e Germania. A Milano, inoltre, si occupa di bische clandestine e night club.

Distinto, elegante, amante della bella vita, appassionato di musica, intrattiene tra l’altro rapporti con molti artisti. Ma la vera svolta criminale di Joe Adonis è quella finanziaria. Tramite Adonis, l’allora sconosciuto avvocato di Patti, Michele Sindona, inizia a Milano un rapporto con le grandi centrali economiche di Cosa Nostra americana.

Anni Sessanta. Si registra l’avanzata delle cosche al Nord. Le mafie gestiscono i proventi derivanti da sequestri, rapine, contrabbando di tabacchi, stupefacenti e pietre preziose. Sono gli anni in cui Milano è un enorme cantiere. Ovunque si costruiscono palazzi, residence, alberghi. I mafiosi controllano il lavoro nero e parte del movimento terra nei cantieri di Milano e dell’hinterland.

Nel 1960 Michele Sindona entra nel cuore finanziario del paese. Acquista la Banca Privata Finanziaria attraverso la società Fasco AG con sede in Liechtestein. Soci di maggioranza sono lo IOR, la Hambro e la Continental Illinois Bank, la principale banca cattolica americana. Due soli sportelli: Milano e Roma.

Intanto nelle strade si spara. In viale Regina Giovanna a Milano, nel 1963, in uno scontro a fuoco tra cosche rivali della prima guerra di mafia, viene ferito Angelo La Barbera. Nell’agguato, lo zampino di Joe Adonis è fin troppo evidente. Il provvedimento di confino anche ai mafiosi del 1965 produce l’esodo di almeno quattrocento uomini delle cosche nel Nord Italia.

Anni Settanta. Joe Adonis viene inviato al confino nelle Marche, ma Milano resta saldamente in mano ai clan siciliani. Nel 1970 si tiene la riunione del vertice di Cosa Nostra con Gerlando Alberti, Giuseppe Calderone, Tommaso Buscetta, Gaetano Badalamenti, Totò Riina e Salvatore Cicchiteddu Greco. Nel 1972 arriva anche il boss dei boss Luciano Liggio, specializzato in sequestri di persona, come gli imprenditori Pietro Torielli e Luigi Rossi di Montelera. Liggio viene arrestato due anni dopo, in via Ripamonti, grazie a un’intercettazione telefonica. Sono gli anni in cui si afferma il potere criminale di Francis Turatello, detto “faccia d’angelo”: controlla bische clandestine, prostituzione, traffico di eroina, partecipa a rapine e sequestri con la complicità della banda dei marsigliesi di Albert Bergamelli, si scontra con Renato Vallanzasca, “il bel René”, suo eterno rivale.

Cosa Nostra cede a Francis Turatello affari tradizionalmente considerati disonorevoli, ma utili a distogliere l’attenzione delle forze dell’ordine dal traffico di stupefacenti e dal riciclaggio di denaro sporco. “Faccia d’angelo” mantiene il controllo delle attività illecite a Milano, fino allo scontro con il suo ex luogotenente Angelo Epaminonda detto “il Tebano”. Dopo una lunga latitanza, Francis Turatello viene arrestato nel 1977 a Milano, in piazza Cordusio. Per poco tempo Turatello guida la sua banda anche dal carcere, ma la pressione di Epaminonda diventa sempre più insistente. “Il Tebano” chiede maggiori utili delle bische clandestine. Turatello non ci sta.

Così inizia la guerra di mafia a Milano. Da una parte ci sono i fratelli Mirabella, rimasti fedeli a Turatello; dall’altra c’è Angelo Epaminonda con un gruppo di killer, i cosiddetti “indiani”: Salvatore Paladino, Orazio D’Antonio, Antonio Scaranello, Angelo Fazio detto “il Pazzo”, Demetrio Latella, Illuminato Asero, Salvatore Parisi detto “Turinella”. Oltre sessanta omicidi, tra cui le stragi del ristorante La Strega di via Moncucco e di via Lorenteggio.

Ma, al di là dei traffici e degli assassini, negli anni Settanta la vera guerra a Milano è finanziaria, perché il potere economico di Michele Sindona scricchiola.

1971, Banca d’Italia. Il governatore Guido Carli convoca Giorgio Ambrosoli. Gli affida l’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona. Pochi mesi prima, dalle indagini sui conti correnti di Sindona emergono gravi irregolarità e strane operazioni bancarie per miliardi di vecchie lire.

Sindona è potente, ha appoggi internazionali, estimatori nel Governo, nella DC, soprattutto in Vaticano. Ma Ambrosoli cerca la verità. A ogni costo.

La società Fasco di Sindona ne contiene altre, come nel gioco delle scatole cinesi. E in questo enorme “cavallo di Troia” si nascondono flussi di denaro sporco, proveniente dal narcotraffico e altri affari illegali. Centinaia, migliaia di miliardi.

Ambrosoli fa il suo lavoro, fino in fondo. Scioglie il consiglio di amministrazione della Fasco. Non accetta i progetti di salvataggio di Sindona proposti da politici e faccendieri.

L’11 luglio 1979, William Aricò, killer della mafia italo-americana, uccide a Milano Giorgio Ambrosoli su mandato esplicito di Michele Sindona. E ai suoi funerali, a Milano, nessun uomo delle istituzioni gli rende omaggio.

Anni Ottanta. Escono di scena Francis Turatello, ucciso nel 1981 in modo efferato nel carcere di Badd’e Carros in Sardegna, e Angelo Epaminonda, arrestato nel 1984. A Milano, il 14 febbraio 1983 gli investigatori sferrano l’attacco alla mafia dei colletti bianchi.

Nel “blitz di San Valentino” quaranta persone vengono arrestate, notificati un centinaio di mandati di cattura a persone già detenute, sequestrati beni per trecento miliardi di lire. I fratelli Bono, Ugo Martello, Antonino Enea, i fratelli Fidanzati e gli imprenditori Antonio Virgilio, Luigi Monti e Carmelo Gaeta vengono accusati di riciclare denaro sporco tramite società milanesi.

La vicenda processuale si conclude, però, con la cancellazione dell’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso e la revisione del processo disposta dalla Cassazione.

Ma la vera novità criminale si chiama n’drangheta. Proprio negli anni Ottanta, gli uomini delle cosche calabresi controllano ampie zone della città e dell’hinterland. Interi quartieri di Milano, come Bruzzano, Comasina e Quarto Oggiaro, comuni come Corsico, Buccinasco, Trezzano sul Naviglio cadono nelle mani delle n’drine, senza suscitare clamori e sospetti.

Anni Novanta. Nel 1990 viene arrestato Tony Carollo, figlio del vecchio boss Gaetano. L’indagine “Duomo Connection” prova il flusso di tangenti versati da uomini del clan dei Madonia a politici in cambio di appalti. Nel 1993, forze dell’ordine e magistratura azzerano numerose attività delle cosche criminali con le operazioni “Wall Street”, “Count Down”, “Hoca Tuca”, “Nord-Sud”, “Belgio” e “Fine”.

La direzione distrettuale antimafia milanese sviluppa decine di inchieste, che portano all’arresto di oltre tremila persone. E dalle sentenze giunge la prova: a Milano e in Lombardia la n’drangheta diventa la mafia più pericolosa e stipula con Cosa Nostra e camorra un patto federativo per la gestione del traffico della droga.

E oggi? Cosa accade a Milano e in Lombardia? Quali sono le organizzazioni egemoni? Quali gli affari illegali? Quali alleanze permettono alle mafie di sopravvivere?

Solo qualche cifra. A Milano, 120.000 persone fanno uso costante o saltuario di cocaina. In Lombardia è stato sequestrato un terzo della “polvere bianca” requisita in Italia. Le estorsioni fruttano circa tre miliardi di euro l’anno. È la quarta regione italiana per immobili sequestrati alla criminalità organizzata, dopo Sicilia, Calabria e Campania. Inoltre, sono oltre mille i siti inquinati da rifiuti tossici e chimici. Gran parte di questi traffici sono in mano alla n’drangheta.

Al rapporto tra mafie, imprese, politica in Lombardia è dedicata la puntata di “Italia in controluce” di venerdì 19 novembre ore 13,30.

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