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La pista belga degli attentati di Parigi – L’analisi di Daniele Biacchessi

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La pista belga degli attentati di Parigi

L’analisi di Daniele Biacchessi

 

 

La pista belga sugli attentati di Parigi porta dritta ad uno svincolo della tangenziale di Bruxelles e a un cartello che indica un quartiere periferico, ma non lontano dal centro storico, Molenbek Sain Jean.

In quel luogo dimenticato nel cuore dell’Europa politica e amministrativa, i numeri parlano raccontano già molto: dei 96mila abitanti effettivamente censiti il 30 % della popolazione è musulmana, il tasso di disoccupazione giovanile è del 40%, il 65% dei giovani stranieri non finisce gli studi, il 20% vive sotto la soglia di povertà.

Da queste vie ordinate, contornate da tipiche case fiamminghe, sono partiti i finti giornalisti tunisini, i killer del comandante Massoud, l’eroe del Panshir, quello che aveva piegato l’Armata Rossa in Afghanistan.

A Molenbeek ha trovato protezione uno dei due fratelli Kouachi, i killer di Charlie Hebdo.

Qui hanno vissuto Mehedi Nemmouche, l’autore della strage al museo ebraico di Bruxelles nel maggio del 2014; Ayoub el-Khazani, il terrorista armato di Ak-47 che nell’agosto scorso aveva tentato di aprire il fuoco a bordo di un treno Thalys diretto a Parigi; Abu Omar Soussi, il capo della cellula jihadista di Verviers, scompaginata lo scorso 15 gennaio scorso.

A Molenbeek sono state acquistate la mitraglietta Scorpion e la pistola Tokaver utilizzate nel negozio kasher a Parigi.

E proprio qui, pochi giorni fa,  è stata noleggiata e poi parcheggiata per quattro giorni la Volkswagen Polo nera usata dal commando Isis che ha colpito nel teatro Bataclan.

Tra queste vie ha vissuto Salah Abdeslam, la mente degli attentati di Parigi l’artificiere delle stragi, Mohamed Amri.

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